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Paesi emergenti: le economie girano, le borse no

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Nel 2005 gli investitori stranieri hanno indirizzato 61,4 miliardi di dollari verso i listini dei paesi Emergenti, ed ulteriori 237,5 miliardi sono arrivati a questo gruppo di paesi attraverso il canale degli investimenti diretti dall’estero. Alla fine dello scorso anno, la capitalizzazione delle share quotate sui listini Emergenti di tutto il pianeta ammontava a 4,4 trilioni di dollari, in netta crescita rispetto agli 1,7 trilioni registrati tre anni addietro. Nello stesso arco temporale, i mercati asiatici hanno triplicato le proprie dimensioni.

Tuttavia, a partire dalla seconda settimana di maggio, i listini Emergenti hanno subito una battuta d’arresto che li ha portati a perdere il 16% in dollari ( dato che fotografa l’andamento del MSCI Index). La Borsa turca ha perso un terzo del suo valore. Brasile e India hanno lasciato sul terreno un quinto del proprio valore. I fondi comuni di investimento dedicati ai mercati Emergenti- categoria che ha raccolto nei primi quattro mesi dell’anno in corso un ammontare di flussi in entrata superiore a quello raccolto in tutto il 2005 – hanno dovuto affrontare deflussi per 5 miliardi di dollari nell’ultima settimana di maggio ( dati diffusi dall’Emerging Portfolio Fund Research).

Il dramma dell’Istanbul Stock Exchange riflette la necessità dell’economia turca di attrarre risorse per finanziare un deficit delle partite correnti domestico che ha raggiunto il 6,35 del Pil. I prezzi sono cresciuti del 9,9% da inizio anno, e la lira turca si è svalutata del 16% rispetto al dollaro Usa nei trenta giorni che hanno preceduto il meeting straordinario della Banca Centrale (7 giugno). In occasione di questo meeting, i vertici della Banca Centrale hanno deciso di alzare i tassi di interesse dell’1,75%.

La lettura dei dati macro- economici rende arduo il compito di individuare quali possano essere state le cause che hanno scatenato il calo sui mercati Emergenti. L’inflazione negli Emerging Markets resta sotto controllo (in media è pari al 5%), la crescita è forte, i governi sono in grado di far fronte ai propri impegni di debito, e i creditori continuano ad accettare di buon grado i bassi premi al rischio offerti dai bond emessi dai paesi Emergenti.

Secondo l’Economist, la spiegazione del fenomeno risiede nell’utilizzo delle Borse come strumento di attrazione degli investimenti esteri. L’emissione di azioni rappresenterebbe un canale preferenziale per ottenere flussi di investimento dall’estero e, contemporaneamente, non esporsi all’inevitabile giudizio formulato dalle agenzie di rating. A differenza dei bond, le azioni permettono di sperimentare crolli del mercato senza incorrere nelle conseguenze classiche derivanti da una dichiarazione di default. Inoltre, una correzione delle Borse domestiche può avvenire senza che il denaro lasci materialmente il paese.

Nei portafogli degli investitori privati ed istituzionali, l’interesse degli investitori per i Pvs si è tradotto in un sensibile incremento della quota di titoli di rischio quotati sulle Borse Emergenti. Il momento favorevole ai Pvs ha pilotato gli investitori verso l’acquisto di titoli azionari e non di companies. Il fenomeno trova una spinta naturale sia nell’ampia disponibilità di risorse degli investitori dei paesi ricchi, sia nella scarsa conoscenza dei mercati domestici. Infine, in molti Paesi Emergenti esistono poche norme che tutelano gli investitori dai danni provocati dai casi di corporate insider. A cura di www.fondionline.it