Outlook Usa: La stagione della repressione finanziaria è finita. Al via la rotazione dai titoli “growth” a quelli “value”

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Per gli investitori la cosa più straordinaria è che nonostante il tasso di disoccupazione negli Stati Uniti sia sceso a un minimo di periodo del 4,9% e gli stipendi – misurati in termini di guadagni medi orari – siano saliti a un massimo di periodo del 2,8%, i tassi di interesse rimangono fermi ai livelli di emergenza, con movimenti minimi nel corso degli ultimi otto anni. È in questo contesto – caratterizzato dai valori delle azioni distorti dai tassi di interesse che restano incredibilmente bassi – che dobbiamo analizzare la vittoria di Donald Trump. “Dal momento che il Congresso Usa è rimasto in mano repubblicana, è probabile che il presidente Trump riesca a portare a termine l’intento di avviare un’importante politica di espansione fiscale in un momento in cui l’inflazione sui salari sta già accelerando”, è il commento di Sebastian Radcliffe, gestore del fondo Jupiter North American Equities SICAV.
 
Repressione finanziaria
 
La forte ripresa dei rendimenti dall’elezione di Trump, è un chiaro segnale di investitori che votano non solo in reazione alle prospettive di una crescita maggiore nel medio termine, ma anche all’aspettativa di un’inflazione in rialzo. “Se negli ultimi anni la Federal Reserve ha inscenato un melodramma sulla base del costante rinvio dell’aumento dei tassi di interesse, è difficile credere che potrà continuare su questa strada anche in futuro”, spiega Radcliffe. Secondo il gestore l’inizio della normalizzazione dei tassi di interesse comporta anche l’inizio della fine della repressione finanziaria. Dalla crisi finanziaria del 2008, infatti, i mercati hanno vissuto condizioni senza precedenti e la Fed, al fine di riuscire a gestire il crollo, ha usato ogni strumento a sua disposizione. Quando tali strumenti si sono esauriti, la Banca centrale americana ha fatto ricorso a strumenti mai utilizzati in passato, indicati solo nella letteratura accademica. “L’impatto cumulativo di questo insieme di acronimi come QE (quantitative easing) e ZIRP (zero interest rate policy) sui risparmiatori privati e istituzionali è stato quello di imporre la repressione finanziaria”, spiega Radcliffe. Con 13 mila miliardi di dollari in obbligazioni sovrane che scambiano a rendimenti negativi (a giugno 2016), è diventato pressoché impossibile investire in asset privi di rischio. “Questa situazione – spiega Radcliffe – ha lasciato gli investitori di fronte a due alternative: rischiare comprando azioni o corporate bond per generare un qualunque tipo di rendimento reale, oppure accettare che il capitale venisse eroso dall’inflazione, se trattenuto in cosiddetti asset privi di rischio, come liquidità e obbligazioni sovrane”.
 
Investitori affamati
 
La fame di rendimenti generata dal mantenere i tassi di interesse a livelli zero, che ha di conseguenza portato i rendimenti dei bond a livelli storicamente bassi, ha reso molto più interessante qualsiasi cosa fosse simile alle obbligazioni. Come spiega il gestore, inizialmente questo significava puntare sulle utilities, poi sui REITs (Real Estate Investment Trusts) e tutto ciò che garantisse buoni dividendi: ma alla fine tutto ciò si è tradotto in investimenti verso gli asset a lunga duration, tra cui le azioni growth che vanno tanto di moda, come Facebook e Netflix. Così, come per ogni mercato azionario in voga, questo ha spinto le valutazioni molto oltre il loro fair value. “Dato che la repressione finanziaria è andata avanti per così tanto tempo, non solo negli Stati Uniti ma anche in buona parte del mondo, la sopravvalutazione è diventata un problema molto più diffuso rispetto ai precedenti cicli di mercato, come quello del 2000 con il settore della tecnologia, che era però molto più concentrato”, spiega il gestore.
 
Dai titoli growth ai titoli value
 
Di conseguenza, tutti i vari asset e azioni che sono riusciti a sfruttare la compressione dei rendimenti obbligazionari, passando dalle utility alle più aggressive azioni growth, sono ora i più a rischio. Questo fattore, come spiega Radcliffe, sarà probabilmente la spinta per un’inversione di tendenza tra gli stili di investimento growth e value, che ha visto le azioni value seguire il benchmark negli ultimi anni: “E’ questo proprio il contesto che abbiamo atteso pazientemente – spiega il gestore – I titoli finanziari, che nessuno voleva possedere quando i rendimenti obbligazioni scendevano, sono tornati improvvisamente nel mirino di Trump e sono una delle poche aree che dovrebbe beneficiare di una migliore crescita, una minore regolamentazione e, ancora più importante, dell’aumento dei tassi di interesse”. “E’ probabile che questo settore, insieme ad altre azioni a sconto, darà agli investitori performance migliori rispetto alle azioni e settori che hanno finora beneficiato della repressione finanziaria e per i quali le prospettive potrebbero essere tutt’altro che rosee”, conclude Radcliffe.