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Outlook shock da hedge fund più ribassista al mondo: dollaro KO, fuga capitali a record anni ’70

Mentre la paura dello shutdown affossa la valuta Usa, portando il Dollar Index al minimo in tre anni, l’AD di Horseman global prevede il peggio.

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Dollaro sotto pressione, scende ai minimi in quasi tre anni nei confronti del paniere che comprende le principali valute a livello mondiale, scontando i timori sul rischio di shutdown in Usa, ovvero del blocco delle attività amministrative Usa.

E’ vero che la Camera ha dato l’ok a una proposta di legge volta a finanziare le attività governative fino al prossimo 16 febbraio. Tuttavia, la proposta deve ricevere ancora l’approvazione del Senato, che non è affatto scontata.

Mentre i trader hanno lo sguardo incollato agli schermi per carpire eventuali novità in arrivo da Washington, una nota sul dollaro arriva dell’hedge fund più ribassista al mondo: si tratta di Horseman Global, che si fece notare soprattutto quando, nel 2016, rivelò un’esposizione netta superiore a -100%.

Proprio quell’anno, in realtà, il fondo chiuse in perdita del 24%; nel 2017 le cose sono andate invece meglio.

Al di là della performance dell’hedge fund, sono tuttavia le dichiarazioni sul dollaro rilasciate dal numero uno Russell Clark che stanno attirando l’attenzione degli investitori.

Tanto da far venire i brividi.

“Lo scenario peggiore indica una profonda debolezza del dollaro, che costringerebbe la Federal Reserve ad aumentare i tassi di interesse molto più velocemente delle attese”.

Inoltre, “la debolezza del dollaro metterebbe farebbe soffrire le aziende esportatrici giapponesi ed europee (in quanto rafforzerebbe inevitabilmente l’euro e il dollaro), scatenando una corsa verso i titoli di stato giapponesi e i Bund (tedeschi)“.

“Praticamente, si assisterebbe a una fuga di capitali dagli Usa simile a quella della fine degli anni ’70, quando i bond svizzeri arrivarono a rendere soltanto il 2%, a fronte del 20% dei tassi Usa”. (ovvero, quando gli investitori si rifugiarono sui bond considerati più sicuri, provocando di conseguenza il calo dei rendimenti, vendendo Treasuries Usa, provocando per la stessa ragione il balzo dei rendimenti).

Prima di arrivare a questa conclusione che sembra piuttosto una condanna a morte per il dollaro, Clark descrive i presupposti da cui parte per spiegare un outlook tanto drammatico per il biglietto verde (che comunque, si ricorda, è il peggior scenario contemplato, dunque non lo scenario di base)”.

“E’ dalla crisi finanziaria che tento di applicare il modello del Quantitative easing del Giappone al mondo intero, visto che sono state sempre di più le banche centrali che hanno deciso di portare i tassi a zero o negativi, lanciando programmi di acquisti di asset. In Giappone, l’effetto pratico del QE è stato quello di consentire al paese di esportare capitali, e ciò ha creato bolle sui mercati del credito dei paesi destinatari. Il paese che ha ricevuto i capitali ha, a sua volta, gestito la bolla del credito attraverso la svalutazione e, anche, esportando la deflazione, facendola tornare in Giappone. A mio avviso, è stato il QE del Giappone a causare la crisi finanziaria asiatica, e a ricoprire un ruolo nella crisi finanziaria globale e in quella dei debiti sovrani europea”.

Clark va avanti, illustrando la strategia adottata dal suo hedge fund che, in un tale contesto, si è basata sempre su “una view bullish sui titoli di stato giapponesi”, sull’accumulazione delle “posizioni short sull’azionario giapponese, ogni volta che si presentavano segnali di una possibile ritirata del QE”, e sulla decisione di “shortare le valute di quei paesi che accettavano i flussi di capitali provenienti dal QE”.

“Dal 2013 al 2016, si è confermata vincente la strategia di shortare diversi mercati emergenti e di puntare sui bond dei mercati dei paesi avanzati”.

La situazione è cambiata poi nel 2016, anche a causa della decisione della Cina di obbligare le aziende a tagliare la loro capacità in eccesso.

Ribassisti sui bond sovrani? Ma in Giappone e Eurozona il QE è ancora vivo

Clark continua, affermando che, nella situazione attuale, “è molto facile essere ribassisti sui bond. Con l’economia cinese che sta migliorando, i prezzi delle commodities che stanno salendo, l’inflazione sta rialzando la testa. In più, i bond cinesi offrono rendimenti pari al 4%, decisamente più elevati rispetto a quelli dei bond sovrani dei paesi avanzati. Ancora, rompendo con la tradizione giapponese del QE, la Federal Reserve è riuscita ad alzare i tassi di interesse per cinque volte,  rispetto alle due strette monetarie varate dal Giappone dai tempi dell’esplosione della bolla (si ricorda il rialzo dei tassi di 25 punti base sia nel 2006 che nel 2007, prima di portare i tassi in territorio negativo a -0,1% nel 2016) “.

Ora – continua Clark – il ritornello che sento in questi giorni è che il QE funziona, e che gli Stati Uniti saranno capaci di uscire facilmente dalle loro politiche di QE, seguiti dalla Bce e dalla Bank of Japan. E che quindi è il momento di vendere i bond”.

Riflettendo sulla situazione, tuttavia, il numero uno dell’hedge fund non è poi tanto convinto che l’uscita globale dal QE avverrà facilmente.

“Guardando al trend del dollaro e alla performance dei bond, sto iniziando a pensare che il modello (del QE) non sia stato ancora superato, ma che piuttosto abbia bisogno di essere ricalibrato, considerando che si tratta di un piano che è stato inaugurato da diverse banche centrali simultaneamente, piuttosto che soltanto dalla Bank of Japan.

Ora, la grande crescita del QE (o meglio, degli asset con esso acquistati) da parte della Bce e della Bank of Japan avvenuta nel 2016, si era tradotta in uno spostamento dei capitali dal Giappone e dall’Europa verso gli Stati Uniti (in quanto, essendo la politica della Fed meno espansiva, gli asset denominati in dollari hanno iniziato a essere più redditizi di quelli europei e giapponesi). E ciò ha permesso, anche a fronte di un aumento dei tassi negli Usa, che le condizioni del credito, negli States, rimanessero molto favorevoli: tale situazione, combinata con la ripresa della Cina, ha creato un contesto estremamente favorevole per tutti gli asset, nel 2017. Ma cosa implica tutto ciò per il 2018?”.

Secondo l’esperto, nel 2018 la situazione potrebbe mutare se il Quantitative easing, come sembra, non dovesse essere ritirato subito dalle banche centrali interessate.

La situazione sta già cambiando, probabilmente perchè i trader scommettono che il permanere delle misure di politica monetaria accomodante continueranno a fare da assist alle economie di Europa e Giappone, a fronte di una maggiore incertezza sul futuro degli Usa.

“I flussi di capitali diretti verso gli Usa dall’Europa e dal Giappone stanno già rallentando e in alcuni casi si stanno ribaltando (A tal proposito Bloomberg riporta che gli investitori cinesi e giapponesi si stanno di fatto allontanando dai Treasuries Usa)”.

“Ciò significa che bisognerà essere ribassisti in particolare sul dollaro Usa e sulle obbligazioni corporate degli Stati Uniti, così come anche sulle banche europee e giapponesi (visto che i tassi rimarranno a livelli minimi record), acquistando invece Bund e titoli di stato giapponesi)”.

E anche, che il sell off che ha colpito il dollaro in questi giorni sarà destinato a ripetersi, se non ad acuirsi, come paventato dallo scenario peggiore dell’hedge fund.