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L’outlet delle aziende italiane: nuova occasione o inizio del declino?

QUOTAZIONI Telecom Italia
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Il riso Flora, l’Olio Bertolli, gli elettrodomestici Zanussi, le caramelle Sperlari e la casa motociclistica Ducati. Sono solo alcuni dei prodotti e dei marchi made in Italy finiti in mano straniere. E la vicenda di Telecom Italia, in attesa di essere acquisita dalla spagnola Telefonica, è solo la punta dell’iceberg di una tendenza tutta nostrana, che ha attraversato la nostra storia degli ultimi vent’anni; un fenomeno che ha visto e vede protagoniste in negativo le piccole e grandi imprese del Belpaese. Di fatto le multinazionali straniere acquistano marchi italiani di prestigio e di grande valore, affidando ad altri la realizzazione di prodotti di alta qualità con conseguenti benefici in termini di ricavi e di utili di bilancio. 
Dal 2008 al 2012 sono 437 i passaggi di proprietà dall’Italia all’estero registrati, secondo le rilevazioni di Kpmg, mentre i gruppi stranieri hanno speso circa 55 miliardi di euro per ottenere i marchi italiani. Tuttavia, la situazione a livello generale appare preoccupante. Infatti, se negli anni i protagonisti degli acquisti in Italia sono stati Francia, Stati Uniti, Germania, Regno Unito, in tempi recenti sono in crescita le operazioni di acquisizione da parte di paesi non occidentali come India e Cina, anche Giappone, Corea, Qatar, Turchia e Thailandia.
È quanto emerge dallo studio dall’eloquente titolo “OUTLET ITALIA. CRONACA DI UN PAESE IN (S)VENDITA” sulla vendita di aziende simbolo del Made in Italy, realizzato da Uil Pubblica Amministrazione ed Eurispes, che identifica quelle aziende fondate in Italia, simbolo della migliore produzione artigianale e che hanno vissuto momenti di successo e di crisi, fino a cambiare proprietà e bandiera. Un database che raccoglie una selezione di 130 marchi che soprattutto negli ultimi 20 anni per motivi differenti hanno registrato cambiamenti nella proprietà.
Quello su cui si interrogano gli esperti è se per queste eccellenze italiane che finiscono in mano straniere si apre una nuova possibilità o si tratta di una strada che porta al declino. “Molte delle nostre migliori realtà imprenditoriali – spiega Gian Maria Fara, presidente dell’Eurispes – sono state schiacciate dalla congiuntura economica negativa, unita all’iperburocratizzazione della macchina amministrativa, a una tassazione iniqua, alla mancanza di aiuti e di tutele e all’impossibilità di accesso al credito bancario. L’intreccio di tali fattori ha inciso sulla mortalità delle imprese creando una sorta di mercato “malato” all’interno del quale la chiusura di realtà imprenditoriali importanti per tipologia di produzione e per know-how si è accompagnata spesso a una svendita (pre o post chiusura) necessaria di fronte all’impossibilità di proseguire l’attività”.
L’afflusso di capitali esteri in Italia non è quindi avvenuto secondo le normali regole di mercato e le aziende si sono spesso dovute piegare a una vendita “sottocosto” rispetto al loro reale valore. “E per quanto ci si sforzi di imputare al mercato globalizzato tutte le colpe di una simile situazione, è ormai chiaro che qualcosa non quadra e che i conti di certo non tornano – si legge nello studio – Come non torna l’assenza dello Stato e della politica e, insieme, di quella classe dirigente generale che non ha preso una posizione forte rispetto al progressivo sfaldamento della nostra economia preferendo un atteggiamento silenzioso, e per questo in qualche modo complice”. 
Secondo gli esperti sono necessari investimenti e una buona dose di coraggio per percorrere la strada verso la quotazione in Borsa. È questa una possibilità per difendere e far crescere un’industria manifatturiera specializzata, fatta di artigianalità e conoscenze – come spiega Andrea Guerra di Luxottica – che, attraverso la quotazione in Borsa, si può aprire al mondo e affrontare le sfide sempre nuove dello scenario globale. Nel passato i francesi avevano apprezzato imprese come Edison, Parmalat e la Bnl, mentre oggi il settore che attrae maggiormente gli investitori esteri è quello del lusso: tutti vogliono comprare perché un domani si riusciranno a raccogliere notevoli profitti dall’artigianato, dal gusto e dalla ricercatezza tipicamente Made in Italy.