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Ottimismo Draghi, un boomerang? Effetti collaterali QE, alert liquidità bond Eurozona

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La ripresa c’è, la crisi è ormai alle nostre spalle.

Così Mario Draghi, il numero uno della Bce, ha confermato la propria fiducia nel recupero dei fondamentali economici dell’Eurozona, in occasione di un suo intervento all’Università di Tel Aviv. Dichiarazioni che fanno tirare un sospiro di sollievo, ma che riportano ovviamente al centro dell’attenzione i dubbi sulla exit strategy della Banca centrale europea.

Tapering è la parola che torna insistentemente a circolare nei corridoi dei mercati e delle banche d’affari, mentre nuovi report sembrano confermare come si stia avvicinando il momento in cui Draghi sarà costretto a staccare la spina.

L’allarme arriva da alcuni dati che sono stati pubblicati tra l’altro dallo stesso istituto all’inizio di maggio, relativi ai bond che vengono acquistati mensilmente dalla Bce nell’ambito del piano noto come QE (Quantitative easing).

Una analisi su tali numeri è stata in particolare effettuata da Kim Liu di ABN Amro, che ha messo in evidenza un dato che invita a riflettere: la Bce ha acquistato ad aprile una quantità minore di bond tedeschi, deviando dalla regola del capital key di circa 400 milioni di euro (escludendo gli acquisti di covered bond e di corporate bond e tenendo in considerazione gli aggiustamenti per la Grecia).

A notarlo è stato anche Frederik Ducrozet, senior economist di Pictet Wealth Management, la cui dichiarazione è stata ripresa da Reuters:

“Si tratta finora della deviazione maggiore, almeno per la Germania. Ciò suggerisce che, al di là dello stress politico e del rallentamento degli acquisti, la Bundesbank sta facendo fronte a un problema di scarsità. Ciò significa che la Bce deve essere molto cauta nella sua strategia di uscita (dal QE) e che se non si verificherà un tapering entro un periodo inferiore a sei mesi, qualcosa di negativo accadrà”.

Il motivo risiede nella regola del capital key, in base a cui la Bce acquista i bond di un paese in proporzione alla grandezza della sua economia: ciò implica che gli acquisti di bond tedeschi sono quelli che incidono maggiormente nel programma QE.

In base a tale regola, Barclays fa notare che se continuerà a mantenere invariato il QE al valore attuale (che nel complesso è sceso a partire da aprile da 80 miliardi di euro di bond acquistati ogni mese a 60 miliardi),  la Bce sfonderà al rialzo la soglia prevista per le partecipazioni da detenere in Bund tedeschi, pari al 33%, già a ottobre, dunque tra poco più di quattro mesi.

Bond tedeschi

Inoltre, dai numeri disponibili risulta che in appena sei mesi, i bond tedeschi che la Bce sta acquistando hanno visto la loro scadenza media scendere al di sotto dei cinque anni da oltre 10 anni.

Ciò significa che la Bundesbank, che acquista i titoli di debito pubblico per conto della Banca centrale europea, vista la scarsa offerta di bond a lunga scadenza sul mercato, è costretta ad acquistare bond che presentano una scadenza sempre più di breve termine, in base a quanto tra l’altro stabilito recentemente dalle nuove regole del QE annunciate da Draghi a dicembre. Regole che appunto, consentono alla Bce di acquistare bond sovrani che rendano anche meno del tasso di deposito, pari a -0,40%.

Per ABN, “ciò significa che gli acquisti mensili di bond tedeschi che la Bce effettua presentano una maturity in media molto più bassa rispetto a quella dei bond di altri paesi e che la Bundesbank è costretta di continuo ad acquistare obbligazioni tedesche a breve termine che rendono meno del tasso sui depositi della Bce”.

Un dettaglio che alimenta anche diversi interrogativi: in che modo gli acquisti di BTP e di altri titoli dei paesi periferici potrebbero essere influenzati da un contesto del genere. E viene da chiedersi, anche: e se alla fine si creasse una bolla sui bond tedeschi a breve termine?

Il problema della scarsità di bond tedeschi potrebbe costringere la Bce ad alzare il limite massimo previsto per gli acquisti di Bund oltre il 33%: tuttavia ciò richiederebbe un intervento politico e avrebbe non poche ripercussioni sul mercato dei bond dell’Eurozona che diventerebbe più illiquido, nel caso in cui la Banca centrale finisse per detenere la metà dei bond tedeschi.

Marchel Alexandrovich, economista senior per l’Europa di Jefferies, fa notare che, certo, la Bce può anche cambiare le regole, tuttavia “più il QE andrà avanti, più la Bce dovrà cambiare le regole..e la questione ora è la volontà della banca di andare avanti con il programma”.

Se poi ci fosse un’altra crisi e il QE tornasse a essere essenziale anche in misura maggiore, la Bce, in un contesto di scarsità di bond, potrebbe essere costretta ad iniziare ad acquistare ETF e anche singole azioni, come sta facendo tra l’altro da anni la Bank of Japan.

Tornando a Draghi, ieri il numero uno della Bce si è mostrato particolarmente ottimista:

“La ripresa dell’Eurozona è resiliente e sta diventando sempre più ampia, coinvolgendo paesi e settori. La domanda domestica, sostenuta dalla politica monetaria della Bce, è il pilastro di questa ripresa. Ci sono cinque milioni di occupati in più, ora, rispetto al 2013, e il tasso di disoccupazione, sebbene ancora troppo elevato, è al minimo in otto anno. Nel mondo intero, il settore finanziario è più resiliente. Anche l’outlook sull’economia globale sta migliorando e i rischi al ribasso stanno diminuendo”.

Parole confortanti, che tuttavia alimentano ulteriori dubbi su quali mosse adotterà (o non adotterà) la Bce per evitare il terribile errore commesso dal predecessore Jean Claude Trichet. Forse meglio non sfoggiare troppo ottimismo (e comunque Draghi non l’ha mai fatto), visti gli effetti collaterali che lo stesso QE ha creato.