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Ostacoli a riforma fiscale Trump, stop nuova ondata reflation trade

Le notizie che arrivano da Washington non sono confortanti: ieri il Senato ha proposto addirittura un taglio alla pressione fiscale che rimanderebbe la riduzione delle tasse dal 35% al 20% …

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In pericolo il reflation trade, il rialzo dell’azionario su base globale che si è attivato con la vittoria di Donald Trump all’Election Day, e che è proseguito con la speranza di un imminente arrivo di un bazooka fiscale in Usa. D’altronde era quanto Trump aveva promesso durante i giorni infuocati della campagna elettorale: uno storico taglio delle tasse sia per le aziende che per gli individui, che dovrebbe mettere il turbo sia alla crescita che all’inflazione americana.

Proprio le speculazioni sull’arrivo, finalmente, della riforma fiscale, hanno sostenuto i listini azionari nelle ultime settimane: ma le notizie che arrivano da Washington non sono tanto confortanti: ieri il Senato ha proposto addirittura un taglio alla pressione fiscale che rimanderebbe la riduzione delle tasse dal 35% al 20% al 2019. Si tratta di una proposta che contrasta con quella che è stata presentata dalla Camera dei Rappresentanti Usa e che di conseguenza conferma come il passaggio al Congresso Usa della rivoluzione fiscale auspicata da Trump rischi di non esserci.

Wall Street ha chiuso in ribasso, e le speranze nuovamente affossate hanno condizionato nelle ultime sessioni l’intero azionario globale. Così Katie Stockton, responsabile strategist presso BTIG, in una nota riportata dalla Cnbc:

“Prevediamo un deterioramento temporaneo del momentum di breve periodo, sulla scia delle vendite sui titoli tecnologici, che stanno reagendo alla condizione estrema di ipercomprato. Una opportunità di acquisto potrebbe presentarsi nell’arco delle prossime due-tre settimane”.

In generale, gli strategist temono che il timore della fine del reflation trade possa interrompere il rialzo dell’intero azionario globale, misurato dal trend dell’MSCI World Index, che sta segnando il balzo più duraturo dal 2003, con un rally del 1 ribassi che hanno colpito l’azionario globale nella seduta di ieri di quasi +19% dall’inizio dell’anno.

Per non parlare del dietrofront di Wall Street, dove gli indici sono saliti di oltre +20% nel primo anno della presidenza di Trump.

I sell off delle ultime ore si sono abbattuti anche sui junk bond, capitolati al minimo intraday dallo scorso marzo, a causa della corsa agli asset rifugio degli investitori. Una corsa che non ha interessato il dollaro, diretto interessato della riforma fiscale di Trump e del reflation trade.

Alla domanda su cosa Trump sia stato capace di fare in un anno dalla sua elezione Hartwig Kos, co-responsabile della divisione di multi-asset presso SYZ Asset Management, risponde: “Non molto”, aggiungendo che “Trump aveva detto che avrebbe abrogato e sostituito l’Obamacare e tagliato contestualmente le tasse, promettendo agli americani anche un piano di infrastrutture del valore di $1 trilione. Ma cosa è successo nella realtà? L’Obamacare è ancora lì e il dibattito sulla riforma fiscale è a mala pena iniziato”.

La tabella mette in evidenza quelli che sono stati gli asset vincenti e perdenti nel primo anno di presidenza di Trump. I ritorni sono espressi in sterline, in base ai calcoli effettuati da Fidelity International.