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Osservatorio AUB: aziende familiari escono dalla crisi, ma devono ringiovanire

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Le aziende familiari vincono il confronto con le non familiari in termini di crescita, di redditività e di creazione di posti di lavoro. E’ quanto emerge dal settimo Osservatorio AUB sulle aziende familiari italiane realizzato da Bocconi, AIdAF, Unicredit e Camera di Commercio di Milano in collaborazione con Borsa Italiana ed Allianz.
L’Osservatorio, che considera tutte le 15.722 aziende con ricavi superiori a 20 milioni di euro, evidenzia come nelle 10.231 aziende familiari italiane (fatturato complessivo di 790 miliardi di euro e impiegano 2,3 milioni di lavoratori, 1,5 dei quali in Italia) la crescita e i risultati sono migliori di quelli delle altre imprese sia nell’ultimo anno sia nel medio periodo. All’aumento dell’età dei leader si accompagna però un peggioramento delle performance. 

Redditività migliore e dipendenti in crescita del 5,3% annuo 
Nel periodo 2010-2014 le imprese familiari hanno aumentato il numero di dipendenti del 5,3% medio l’anno, contro l’1,2% delle non familiari. Il trend di crescita del fatturato è allineato a quelle non familiari per quanto riguarda le piccole imprese (20-50 milioni di fatturato), ma sostanzialmente maggiore per quelle medio grandi (più di 50 milioni). In termini di redditività, invece, i risultati migliori delle imprese familiari riguardano tutte le dimensioni: il Roi è del 7,8% contro 6,8% per le medio-grandi e dell’8,6% contro 7,4% per le piccole.
Scarsa propensione all’M&A 
Non mancano gli elementi di criticità. Se da un lato gli indicatori di performance sono tornati simili a quelli pre-crisi, la sostanziale passività in termini di acquisizioni e l’invecchiamento dei responsabili d’azienda fanno suonare un campanello d’allarme per il futuro. 
“Dobbiamo però tenere sotto osservazione due segnali – dice Guido Corbetta, titolare della Cattedra AIdAF-EY – la scarsa capacità di crescita esterna attraverso acquisizioni e l’elevata età di chi dirige le aziende familiari”. Tra il 2000 e il 2014 solo il 6,7% delle aziende familiari ha realizzato almeno un’acquisizione, contro il 9,1% delle non familiari, che rimane comunque un dato molto basso. Anche gli investimenti diretti all’estero riguardano una minoranza delle imprese, ma in questo caso le aziende familiari (il 29,6% di esse ne ha effettuati) sono più attive di quelle non familiari (21,3%).

Il nodo del processo di successione generazionale 
C’è poi il nodo dell’età molto elevata dei leader delle aziende familiari italiane (amministratori delegati, amministratori unici o presidenti esecutivi, a seconda della governance scelta). Il 22,6% dei leader ha più di 70 anni (e un altro 24,6% supera i 60) e solo il 5,3% meno di 40, con le aziende gestite dai più anziani che registrano un Roe inferiore di 0,8-1,2 punti (a seconda della classe dimensionale) rispetto alla media e quelle gestite dai più giovani che hanno un risultato migliore di 1,9-2 punti.
Un segnale positivo è il riavvio, dopo gli anni della crisi, del processo di successione generazionale. “Ne è un significativo indicatore – sostiene Corbetta – la crescente diffusione della forma di leadership collegiale, che prevede più di un amministratore delegato, e che viene spesso usata per affiancare un rappresentante della generazione successiva alla generazione precedente. Questa riguardava il 35,8% delle aziende familiari medio-grandi nel 2007, ma è arrivata al 41,4% nel 2014”.
“La necessità di crescere anche attraverso acquisizioni e l’elevata età di chi ricopre ruoli operativi sono elementi delicati che le imprese familiari stanno affrontando”, afferma il presidente di AIdAF, Elena Zambon.