Osservatorio AIAF sui conti pubblici: manovra non più recessiva, in attesa dei tagli alla spesa

Inviato da Riccardo Designori il Lun, 25/11/2013 - 11:13

La Legge di Stabilità - per la prima volta da anni - si può definire "non recessiva", ma nella sua formulazione attuale non può essere definita ancora "espansiva", poiché l'impatto economico è limitato dalle scarse risorse disponibili a causa della necessità di contenere il livello del deficit. E' questo il primo giudizio dell'AIAF, l'Associazione Italiana degli Analisti Finanziari.




Nella loro sesta nota informativa sullo stato dei conti pubblici italiani, gli esperti evidenziano come restino vaghi i provvedimenti diretti a un più incisivo taglio alla spesa e a più consistenti dismissioni, misure che consentirebbero l'avvio della riduzione del debito e un giudizio positivo senza riserve da parte della Commissione Europea. Il peggioramento del fabbisogno di cassa è, in ogni caso, il frutto di politiche favorevoli alla crescita come l'aumento dei rimborsi fiscali e il pagamento di parte dei debiti della Pubblica Amministrazione. Anche grazie a questi provvedimenti, e al miglioramento della congiuntura internazionale, il ciclo economico in Italia è in recupero. La ripresa non sarà, tuttavia, di intensità tale da creare occupazione in misura significativa, ma un miglioramento del mercato del lavoro è probabile nella primavera del 2014. I prossimi mesi saranno cruciali per preservare la ripresa e la stabilità politica è una condizione essenziale per evitare di tornare in un clima di incertezza che peserebbe gravemente sull'atteso recupero dei consumi e degli investimenti.




La Legge di Stabilità

La Legge di Stabilità, che al momento è suscettibile di modifiche in Parlamento avendo ancora la forma di un disegno di legge, evidenzia per il 2014 una svolta importante rispetto agli scorsi anni: la fine di manovre pesantemente restrittive e potenzialmente recessive. Tuttavia, l'entità dello stimolo che il DDL Stabilità offre per il prossimo anno è molto modesta, facendo configurare la manovra sostanzialmente come neutrale per il ciclo economico. L'intervento netto (potenzialmente "espansivo") per il 2014 è, infatti, di 3 miliardi di Euro, pari a circa lo 0,2% del PIL.




Il provvedimento maggiormente significativo dal punto di vista dell'effetto potenzialmente espansivo sulla crescita economica, è quello della riduzione del cuneo fiscale, ma la sua portata è abbastanza limitata. Il tema di maggior rilevanza a proposito dell'aumento della detrazione per il lavoro dipendente sta nell'esigua entità delle risorse stanziate. La distribuzione per fasce di reddito fa emergere un beneficio fiscale che, su base mensile, non supera nella migliore delle ipotesi i 14 Euro (per la classe di reddito da 15.000 a 20.000 Euro). La scarsa misura del beneficio fiscale rende irrilevante anche la stima dell'impatto sul PIL, pur ipotizzando una propensione al consumo particolarmente elevata. 




L'ipotesi circolata di limitare alle classi di reddito più basse la riduzione del cuneo fiscale, se realizzata tramite lo strumento delle detrazioni per il lavoro dipendente, avrebbe un impatto probabilmente superiore. Una simulazione che preveda, con le stesse risorse disponibili, un aumento del 2% della detrazione base (da 1.520 Euro a 1.550 Euro) determinerebbe, infatti, un beneficio fiscale superiore che si tradurrebbe in un maggiore effetto macroeconomico, grazie alla maggiore propensione al consumo delle classi di reddito più basse, pur restando limitato a circa lo 0,1% del PIL. Più che in valore assoluto, dunque, il segnale positivo di questa misura sta nell'auspicabile avvio di un percorso di riduzione della pressione fiscale sul lavoro dipendente, che al momento è solo accennato.




Tuttavia, nella valutazione delle misure della Legge di Stabilità non va mai trascurata una componente cruciale nella definizione di una politica economica sostenibile: quella del mantenimento dei limiti di deficit, che hanno consentito all'Italia di uscire dalla procedura di deficit eccessivo e di tenere controllato il costo del debito. I margini di manovra sono, dunque, ancora troppo scarsi, a meno che non si proceda a una decisa revisione della spesa pubblica, negli ambiti che non risultino socialmente inaccettabili.




Gli effetti redistributivi del progetto della Legge di Stabilità sono, invece, significativi. Nel 2014 l'aumento della pressione fiscale per gli intermediari finanziari andrà a finanziare la riduzione per le famiglie e le imprese, mentre dal 2015, in assenza di misure significative sul fronte del contenimento della spesa pubblica, le famiglie andrebbero a finanziare la riduzione della pressione fiscale delle imprese e degli intermediari finanziari.




In sostanza, nella formula attuale la Legge di Stabilità appare permeata di "vorrei ma non posso", con riferimento alla volontà di ridurre la spesa inefficiente e, tramite essa, la pressione fiscale al fine di rilanciare la crescita economica. Il mantenimento dell'equilibrio dei conti pubblici, ma anche le difficoltà incontrate nella definizione di misure più incisive in presenza di una maggioranza di Governo eterogenea, hanno limitato l'efficacia di una Legge di Stabilità destinata probabilmente a essere interlocutoria, seppure non priva di interessanti spunti di rilancio dell'attività economica. La questione dirimente resta quella dell'attuazione di una profonda spending review che, insieme a una più efficace lotta all'evasione, sarebbe in grado di liberare le risorse necessarie a una più intensa riduzione della pressione fiscale per sostenere il reddito disponibile delle famiglie e la competitività delle imprese.




Ciò nonostante, le prime anticipazioni sulla stessa spending review (32 miliardi di Euro di minore spesa in 3 anni), tratte dall'insediamento del Commissario ad hoc Carlo Cottarelli, insieme ad alcuni provvedimenti al momento non inclusi nella Legge di Stabilità (in primis la questione delle quote della Banca d'Italia, ma anche le dismissioni di partecipazioni statali), fanno intravedere dei margini di intervento e di stimolo che, anche se non inseriti nella stessa Legge, potranno eventualmente essere attivati già a partire dal 2014.




La situazione macroeconomica

Dal punto di vista strettamente macroeconomico gli ultimi mesi hanno visto la conferma di segnali di ripresa dell'attività produttiva. Nello specifico le indicazioni più significative di una ripresa del ciclo economico sono le seguenti: recupero degli indicatori della fiducia economica e della fiducia nell'industria e nei servizi ai livelli di circa due anni fa; aumento della capacità produttiva utilizzata a fronte di una produzione industriale ancora in calo, segno di una ristrutturazione produttiva probabilmente vicina alla fine; crescente fiducia tra settori (beni di consumo, beni intermedi e beni d'investimento) e tra macroregioni; aumento dello stock e dei nuovi ordinativi domestici ed esteri.




Va in ogni caso chiarito che il recupero degli indicatori di fiducia non è, al momento, accompagnato da un recupero dell'attività produttiva. La produzione industriale, infatti, è ancora in calo così come il PIL fino al terzo trimestre e come le principali componenti della domanda fino al secondo trimestre (a esclusione delle esportazioni). Va, tuttavia, ricordato che la relazione tra gli indicatori di fiducia e l'attività reale è tipicamente ritardata. La massima correlazione tra la crescita del PIL e l'indicatore di fiducia PMI (Purchasing Manager Index) si trova, infatti, con un ritardo del PIL pari a un trimestre (correlazione del 95%), lasciando intendere che la ripresa dello stesso dovrebbe avvenire nel quarto trimestre 2013. Un risultato analogo si ottiene utilizzando il PMI composito che include anche la componente dei servizi. Attraverso un modello elaborato sulla base dell'indice PMI, un recupero della fiducia delle imprese simile a quello del 2009-2010, fino al picco del febbraio 2011, implicherebbe un'accelerazione del PIL fino all'1,2% a metà 2014, con una media annua intorno allo 0,6%.




Il rischio di instabilità politica

In questa delicata fase di moderata ripresa dell'attività economica e a due anni dalla crisi finanziaria più grave dalla nascita dell'Euro, è opportuno porre l'accento sulle possibili conseguenze di una crisi politica nel nostro Paese. È, infatti, utile ricordare alle forze politiche e alle istituzioni un aspetto tecnico che non sembra sia del tutto chiaro nei dibattiti. Quello del rischio di un aumento del costo del debito in misura tale da rendere il debito stesso insostenibile.




Con un debito pubblico superiore ai 2.000 miliardi di Euro il controllo della spesa per interessi deve restare la priorità per la politica economica italiana. Tale controllo, infatti, rappresenta la base di partenza per potere ridurre la pressione fiscale e accompagnare la ripresa attraverso misure a sostegno delle famiglie e delle imprese, con l'obiettivo di stimolare la creazione di posti di lavoro.




Oggi il contesto è senz'altro più favorevole rispetto a due anni fa, in quanto è possibile contare su: 1) una rete di protezione europea rafforzata, attraverso il ruolo del Fondo salva-Stati e il potenziale intervento della BCE; 2) una politica di bilancio pubblico virtuosa portata avanti nel corso degli ultimi anni; 3) il maggior peso degli investitori nazionali, sebbene il ritorno degli investitori esteri sia evidente.




Inoltre, il rafforzamento della stessa rete di protezione europea prima citata sarà ulteriormente alimentato dal completamento dell'Unione Bancaria, incluso il passaggio al Regolatore Unico in campo creditizio. Peraltro, tale evoluzione non potrà prescindere dal ruolo del Governo italiano, tenuto conto che nel secondo semestre del 2014 spetterà al nostro Paese la Presidenza del Consiglio dell'Unione Europea.




Pur consapevole delle migliorate condizioni economiche e di finanza pubblica, che dovrebbero portare anche un miglioramento dell'outlook da parte delle agenzie di rating, e pur in un contesto europeo di maggiore protezione l'Associazione Italiana degli Analisti Finanziari auspica che le scelte politiche e istituzionali siano fatte nella piena consapevolezza delle conseguenze di una non desiderabile risalita del costo del debito a livelli che renderebbero necessarie nuove drastiche manovre di finanza pubblica di natura volontaria da parte di un Governo di emergenza o "sotto dettatura" delle Autorità europee.
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