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Oro: indici delle società aurifere sui minimi dal 2002, e per Fxcm la Fed potrebbe far crollare il prezzo a 1.030 dollari

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di Gloria Valdonio

Future sull’oro in picchiata questo martedì di settembre, come risposta all’impennata registrata sui mercati azionari globali, nonostante i deludenti dati commerciali provenienti dalla Cina. Molti analisti si chiedono ora qual è il target per l’oro in quanto da oltre due anni il metallo giallo continua a non trovare una precisa collocazione dal punto di vista correlativo e di asset class. “In realtà non è un fenomeno nuovo vista la natura cangiante dell’oro: da  bene rifugio destinatario di flussi di liquidità in momenti di avversione al rischio – e spesso comprato nei momenti ad alta inflazione – ad alternativa al dollaro americano – spiega Davide Marone, analista di Fxcm Italia – Quest’ultimo è stato peraltro il leit motiv che lo ha accompagnato da quando proprio il biglietto verde si è generalmente rafforzato, cioè dal luglio del 2014, momento dal quale ha seguito una dinamica di prezzo pressoché parallela a quella di un cambio valutario salvo poi ri-decorrelarsi negli ultimi cinque mesi”. 
Domanda in calo 
La ricerca di una traiettoria per l’oro non è semplice. Secondo Fxcm Italia le principali variabili di impatto sul prezzo del metallo giallo sono tre. La prima è l’inflazione: “Con delle aspettative di inflazione contenute in tutte le maggiori aree economiche di riferimento – dice Marone – risulta difficile pensare che il metallo giallo possa vivere rialzi legati alla sua qualità di non erosione del valore a fronte di un aumento generalizzato dei prezzi”. La seconda variabile è la domanda. La Cina è il più grande “consumatore” del mondo di oro ma, seppur a fronte di aumenti consistenti delle riserve (+57% negli ultimi sei anni), i dati rilasciati a metà luglio si sono rivelati ben al di sotto delle aspettative, così come le importazioni dell’India che hanno registrato cali del 37% circa sull’ultimo anno. A fronte di una domanda in calo, l’offerta non può che adeguarsi, come dimostrato per esempio dall’indice azionario settoriale delle compagnie minerarie aurifere e argentifere (Philadelphia Gold and Silver Index), che ha toccato i minimi dal 2002 e che evidenzia una spirale deflazionistica che mette a repentaglio la vita di molte di esse.

Variabile Fed
Il terzo fattore è rappresentato dalla politica monetaria della Fed, la cui stretta potrebbe a sua volta alimentare la discesa della quotazione. “Il quadro che ne emerge dunque presenta di gran lunga elementi negativi per il prezzo del gold, che da un punto di vista tecnico presenta un’area di resistenza che va da 1.170 ai 1.230 dollari l’oncia, possibili destinazioni prima di nuove vendite in grado di condurci ai minimi dell’anno e a potenziali approfondimenti verso area 1.030 dollari l’oncia”, è il parere di Marone. Che conclude: “Evidentemente più remota la possibilità di salite che, in ottica di investimento, potranno essere intraprese sopra 1.230 per obiettivi a 1.300 dollari”.