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L’Opec non modifica le quote, cresce il fronte anti-dollaro

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Non c’è più l’Opec di una volta. Dal vertice dell’Organizzazione svoltosi nel week-end a Riad è venuta infatti la conferma che qualsiasi decisione sull’aumento delle quote produttive al fine di calmierare i prezzi, e quindi in soccorso dell’economia mondiale, slitterà alla riunione del 5 dicembre prossimo.


 

Ciò che più conta è però che l’Organizzazione non appare più in grado di esercitare il controllo dei prezzi. Semmai appare sempre più forte l’area di influenza degli anti-americani rappresentati da Venezuela, Ecuador e Iran. Si è assistito così a una frattura tra questi ultimi e i Paesi moderati come l’Arabia Saudita, che detiene gran parte della capacità produttiva mobilizzabile nel breve termine e che da sempre promette sostegno all’economia mondiale.


 


Se anche l’utilizzo politico della politica estrattiva non dovesse passare, a perdere in questo confronto potrebbe essere il dollaro. Sono infatti emersi contrasti sull’uso del biglietto verde come valuta di fatturazione del greggio. La valuta statunitense secondo alcuni membri dell’Organizzazione, come Mahmoud Ahmadinejad e Hugo Chavez di Iran e Venezuela, dovrebbe essere sostituito da un basket di monete.


 


Questi temi dovrebbero essere nuovamente discussi prima del comitato interministeriale di dicembre. “Ma con i sauditi che sembrano temere un tracollo del dollaro se l’Opec diventasse troppo aggressiva sul tema, è probabile che lo scontro si concluda senza scelte rivoluzionarie”, spiegano oggi dall’ufficio studi di Intesa Sanpaolo.


 


Dopo avere sfiorato i 95 dollari per barile negli scambi elettronici in Asia come conseguenza dello stallo nelle decisioni sulle quote produttive, un barile di greggio Wti con consegna a gennaio viene attualmente scambiato a 93,37 dollari, poco sotto le quotazioni di venerdì scorso. Un barile di Brent viene invece scambiato all’Ipe di Londra a 92,46 dollari.