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Opa e golden share, il protezionismo che guida i mercati

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Il patriottismo imprenditoriale resuscitato dalle frustrate fusioni transnazionali nel settore bancario italiano mette in discussione il funzionamento del mercato interno, già scosso recentemente dal veto del governo francese all’acquisto di Danone da parte della statunitense PepsiCo.
La libera circolazione dei capitali, misura consacrata nei Trattati, è praticamente lettera morta. I recenti casi di interventismo dei governi europei per impedire le fusioni transnazionali, hanno posto l’accento su un vecchio tema che è foriero di preoccupazioni dentro e fuori le istituzioni comunitarie. Si tratta del protezionismo economico, una specie di patriottismo imprenditoriale che pone gravi ostacoli al buon funzionamento del mercato interno e viola la libera circolazione dei capitali consacrata nei Trattati. Il tema è complesso perché a bloccare le operazioni di fusione sono gli stessi ministri che chiedono alla Commissione Europea di investigarne gli ostacoli. Non è un fenomeno nuovo: l’ultimo decennio è stato caratterizzato da un elevato numero di casi che pongono dubbi sulla reale efficacia del mercato interno.

Nel settembre del 2004, durante una riunione informale del Consiglio dell’Economia (Ecofin) tenutasi a Scheveningen (Olanda), i ministri hanno chiesto alla Commissione Europea di elaborare un rapporto sui possibili ostacoli incontrati dagli operatori del settore bancario nei tentativi di acquisizione di altre entità finanziarie in altri paesi dell’UE. L’investigazione si basa sulla revisione della direttiva bancaria dell’UE, che permette agli stati membri di bloccare le fusioni e le acquisizioni per ragioni di ordine cautelare. Secondo gli esponenti del settore bancario, la supervisione delle entità nazionali competenti rappresenta il primo ostacolo nel momento in cui si decide di portare a termine un’acquisizione in territorio straniero. Tra il 1999 e il 2004, le operazioni transfrontaliere hanno coperto il 20% del totale realizzato nel settore finanziario, mentre in altri settori tale percentuale è arrivata a toccare il 45%.

L’indagine non ha impedito che si ripetessero casi di blocco ai nuovi tentativi di fusioni nel settore bancario. Bruxelles ha incluso tra i casi da investigare i tentativi frustrati degli spagnoli del BBVA per comprare la Banca Nazionale del Lavoro, e quello degli olandesi di Abn Amro per acquisire Antonveneta. Le maggiori critiche al sistema bancario italiano arrivano da coloro che si scagliano contro un patriottismo che si concentra solo sulla tutela degli interessi nazionali. La prova di tale atteggiamento unilaterale risiederebbe nell’appoggio fornito dagli azionisti di Unicredito all’acquisto dell’HVb Group, il secondo gruppo finanziario della Germania (si tratta del maggior accordo intercorso tra imprese di paesi dell’area UE), senza che questo abbia provocato un terremoto politico in quel paese. Bruxelles ha deciso di ampliare il raggio d’azione dell’indagine a tutti gli ostacoli che frenano le fusioni e le acquisizioni transfrontaliere in tutto il settore finanziario, caratterizzato da un livello di concentrazione molto debole. L’obiettivo è determinare i fattori e gli ostacoli che impediscono alle società finanziarie di approfittare delle opportunità transfrontaliere offerte dal mercato interno. Il prossimo novembre la Commissione presenterà il suo report al Consiglio. Molti esperti dubitano che tale indagine possa svolgere un ruolo attivo nella lotta all’interventismo dei governi.

Il settore bancario non è l’unico ad essere affetto dal protezionismo economico. E’ evidente che il settore finanziario e altri settori strategici per le economie nazionali, sono ancor più schiacciati dal ferreo controllo esercitato dai governi. E non si tratta di un difetto europeo. Negli Stati Uniti, per esempio, una corporate straniera non può acquistare più del 50% di una linea aerea nazionale. E la stessa regola vale per altre imprese considerate strategiche, come quelle dedicate all’energia e alle tecnologie. Lo scorso 1° luglio, la Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti ha approvato con una larga maggioranza una risoluzione che definisce il progetto di acquisizione della Unlocal manifestato dalla società petrolifera cinese Cnooc come una ‘seria minaccia per la sicurezza nazionale ‘. Il caso Danone è un’ulteriore prova di come i politici nazionali intervengano nei mercati senza pudore. Gli interventi del presidente francese Jacques Chirac e del primo ministro Dominique De Villepin hanno evitato che il successo dell’offerta formulata dalla statunitense PepsiCo. Secondo alcuni osservatori, le pressioni del governo francese appaiono fuori luogo se si pensa che le azioni del primo gruppo lattiero al mondo si trovano nelle mani di investitori internazionali, e che il 74% degli stabilimenti produttivi è localizzato fuori dall’Europa Occidentale. Il caso Danone si aggiunge all’opposizione manifestata l’anno scorso dal governo francese nei confronti del tentativo di acquisizione proposto dalla svizzera Novartis sulla francese Sanofi. In quel caso, l’esecutivo di Parigi accolse con favore la fusione tra Sanofi e Aventis, riconoscendo pubblicamente di preferire un accordo tra due società domestiche.

I francesi difendono il proprio atteggiamento ricordando alcuni esempi di nazionalismo economico verificatisi in Germania: il fallimento del tentativo compiuto dalla Statunitense Procter & Gamble per acquisire la tedesca Nivea ( la municipalità di Amburgo acquistò il 10% del capitale di Nivea), il blocco della direttiva comunitaria sulle OPA, deciso in seguito alla perdita della Mannesmann ad opera della britannica Vodafone. Le pressioni tedesche hanno determinato la modifica della normativa originaria. La nuova direttiva stabilisce che i due articoli principali non avranno più forza vincolante (ma potranno trovare applicazione solo per espressa volontà degli stati). Il primo di tali articoli (il 9) proibisce ai consiglieri di amministrazione delle imprese di usare, senza l’appoggio degli azionisti, certi meccanismi di difesa contro le Opa ostili. L’altro (il numero 11), regola le ‘misure di neutralizzazione’ che può intraprendere una società che ha lanciato l’Opa in seguito al completamento delle azioni intraprese dalla società che subisce l’Opa.

Oltre alle pressioni politiche, i governi beneficiano di diritti speciali su alcune imprese che considerano strategiche. L’azione d’oro o golden share è il più famoso di questi diritti. Attualmente, la maggior parte degli stati membri mantengono la golden share su una o più imprese. La golden share permette agli stati di interferire nelle decisioni strategiche e sulle vendite di quote del capitale delle imprese. Secondo la Commissione Europea, questa prerogativa rappresenta un altro ostacolo alla libera circolazione dei capitali. Le numerose sentenze della Corte Europea tra il 2002 e il 2003 hanno decretato che non si può dichiarare illegale la golden share, ma hanno stabilito ristrette condizioni per la sua applicazione. Gli stati possono applicarla solo a patto di non farlo in modo discriminatorio e di proporzionare l’azione agli obiettivi dettati dall’interesse generale. Attualmente, il Tribunale deve ancora pronunciarsi sui diritti speciali del governo olandese sull’operatore delle telecomunicazioni KPN e dell’operatore postale TNT, e sulla legge speciale Volkswagen, che restringe l’acquisizione di capitale del fabbricante tedesco di automobili. Il vero problema è vigilare sull’uso della golden share nei casi non indispensabili. A cura di www.fondionline.it