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Obama rinvia a domani il salva-banche, tra gli analisti crescono i dubbi

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Nel fine settimana l’amministrazione Obama ha deciso di fare slittare di ventiquattro ore l’annuncio del programma per rilanciare il credito e stabilizzare i mercati finanziari. Il Tesoro USA aveva fissato la presentazione del piano di intervento per oggi, ma il programmato discorso del nuovo segretario al Tesoro, Timothy Geithner, con riferimento al nuovo piano di salvataggio delle banche, è stato rinviato a domani. Tra gli operatori si parla della necessità di concentrare l’attenzione al Senato sulla discussione del pacchetto fiscale ma anche del bisogno di definire meglio le linee guida del piano, in particolare sulla gestione degli asset tossici.


Se da una lato si guarda all’ormai ben conosciuta ipotesi di creazione di una cosiddetta bad bank o aggregator bank in cui far confluire gli asset illiquidi presenti nei bilanci bancari, dall’altro le attese e soprattutto le indiscrezioni degli ultimi giorni hanno coltivato la speranza che gli interventi possano andare anche oltre, con un paventato provvedimento da parte della Sec (la Consob statunitense) per sospendere l’applicazione del mark to market, ossia il principio contabile che richiede di riconoscere tempestivamente la differenza tra il valore di mercato e quello di libro di un’attività finanziaria. Un principio che negli ultimi mesi, con i mercati di molti asset ormai illiquidi, ha fatto sì che perdite puramente contabili avessero effetti su capitale regolamentare e rating.

 

Nell’ultima ottava le Borse si sono mosse nell’attesa che la creazione della toxic bank possa mettere una volta per tutte la parola fine sulle incertezze riguardanti la reale entità delle singole esposizioni e sulla crisi di fiducia tra banche, con gli istituti di credito che ripartirebbero da zero, tornando a concedere prestiti ad aziende e privati. Non tutti gli osservatori sono però convinti che il piano si tramuterà in duraturi effetti positivi per le Borse e soprattutto in un intervento di definitiva stabilizzazione. Del tema si è occupato Jeffrey Rosenberg di Merrill Lynch in un recente studio, chiarendo che la creazione di una bad bank, a differenza del blocco al mark-to-market, avrebbe la potenzialità di condurre a un rally di breve. In ottica tattica dunque la realizzazione del piano governativo rappresenterebbe “un potenziale punto di inflessione nell’outlook di breve termine”, ma non muterebbe la visione di lungo periodo dell’analista, secondo cui “nessun intervento governativo porterà a un’immediata soluzione” della crisi.

 

Stefano Melera di Bsi crede invece che la presentazione di un nuovo “bailout plan” a sostegno delle banche potrebbe rilanciare un rally di borsa sulla falsariga di quelli osservati nel 2008 (Bear Stearns e GSE), “anche se va osservato – puntualizza in una nota pubblicata questa mattina – come il seguente passaggio della TARP al Congresso non aveva sortito rialzi di mercato”. L’analista intravvede la possibilità per l’S&P500 di salire nuovamente al di sopra dei 900 punti, ma ritiene che la fase di riparazione dell’indice (con il range individuato tra i 750 ed i 940 punti), debba continuare ancora per un certo periodo. Per questo “solo una volta confermato il passaggio integrale al Congresso dell’indispensabile piano di stimoli fiscali, che si sta materializzando con la nuova amministrazione Obama, ed intravisti sia ulteriori tangibili miglioramenti della capacità di accedere al mercato del credito (da parte delle aziende e dei consumatori), sia una maggiore stabilizzazione dei prezzi immobiliari e, last but not least, un’ultima revisione al ribasso delle stime societarie 09 da parte degli analisti, la borsa potrà finalmente superare i massimi recenti”.

 

Esistono poi due ulteriori nodi relativi alla bad bank legati da un lato al costo dell’intervento per il Tesoro, che si stima potrebbe raggiungere i 4mila miliardi di dollari, e dall’altro alle modalità di contabilizzazione di titoli che non hanno più un valore di mercato. “Se la bad bank paga per gli asset un valore al di sopra di quello di mercato – spiega Roger Doig di Schroders – le banche faranno gravare il peso dei loro asset peggiori sui contribuenti, mentre se la bad bank pagasse meno del valore di mercato, le banche che hanno venduto si vedrebbero costrette a iscrivere ulteriori svalutazioni”. L’analista sottolinea poi che la bad bank non sarà la panacea ipotizzata da chi ne ha caldeggiato l’adozione e che il processo di deleverage e di ristrutturazione del settore finanziario avrà ancora un lungo percorso da compiere.

 

Marco Barlassina