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Nouriel Roubini: i prossimi cigni neri. Ecco perchè i mercati li stanno ignorando

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Perchè i mercati continuano a ignorare i cigni neri? Se lo chiede Nouriel Roubini, professore di economia presso la New York University, in un editoriale pubblicato per il sito Project Syndicate.

La vittoria di Emmanuel Macron alle elezioni francesi? Per il docente si tratta di un segnale positivo, ma non è certo un motivo per esultare. E questo, perchè “i rischi geopolitici stanno continuando a proliferare”.

“La rivolta dei populisti contro la globalizzazione non sarà fermata dalla vittoria di Macron e potrebbe ancora portare al protezionismo, alle guerre commerciali, a una forte restrizione nei confronti dell’immigrazione. Se le forze che spingono per la disintegrazione resisteranno, il divorzio del Regno Unito dall’Unione europea (la Brexit) potrà ancora tradursi nella rottura dell’Ue, con o senza Macron“, scrive Roubini.

“Allo stesso tempo, la Russia continua a mostrare un atteggiamento aggressivo nei paesi baltici, nei Balcani, in Ucraina e Siria. Il Medio oriente è ancora alle prese con gli stati quasi falliti di Iraq, Yemen, Libia, Libano. E le tensioni tra sunniti e sciiti tra l’Arabia Saudita e l’Iran non mostrano segnali di fine”. Eppure, “nonostante questi rischi geopolitici, i mercati finanziari globali hanno raggiunto nuovi massimi. Dunque, vale la pena chiedersi se gli investitori stiano sottovalutando il rischio che uno o più di questi conflitti scatenino una crisi ancora più grave, e quale choc dovrebbe accadere per tirarli fuori da questo stato di autocompiancimento in cui si trovano”.

Il professore continua:

“Ci sono diversi motivi per cui i mercati potrebbero star ignorando i rischi geopolitici. Per iniziare, anche con gran parte del Medio Oriente che va a fuoco, non ci sono stati finora shock nell’offerta di petrolio o situazioni di embargo, e la rivoluzione del gas di scisto negli Usa ha aumentato l’offerta di energia a basso costo. Nei conflitti precedenti del Medio Oriente – come nel caso della Guerra di Yom Kippur del 1973, della Rivoluzione islamica in Iran del 1979, dell’invasione del Kuwait nel 1990 – gli shock che colpirono l’offerta di petrolio provocarono una stagflazione globale e forti correzioni sui mercati”.

“Una seconda spiegazione risiede nel fatto che gli investitori stanno facendo riferimento agli shock precedenti, come agli attacchi dell’11 settembre del 2001, quando le autorità salvarono la situazione sostenendo l’economia e i mercati finanziari con forti manovre espansive di politica monetaria e fiscale.  Tali politiche trasformarono le correzioni dei mercati post-shock in opportunità di acquisto, in quanto il calo dei prezzi degli asset venne ribaltato in pochi giorni o settimane”.

“Il terzo fattore è che i paesi che hanno davvero sperimentato shock di mercato localizzati – come la Russia e l’Ucraina dopo l’annessione della Crimea alla Russia e le incursioni russe nell’est dell’Ucraina nel 2014 – non hanno prodotto effetti economici, tali da riuscire a condizionare i mercati finanziari globali. Allo stesso modo, anche promuovendo apparentemente ‘una hard Brexit’, il Regno Unito incide sul Pil globale per appena il 2%”.

“Una quarta spiegazione è che il mondo finora è stato risparmiato dai rischi di coda associati con le conflagrazioni geopolitiche attuali. Non c’è stato ancora un conflitto militare diretto tra nessuna delle potenze mondiali, né l’Unione europea o l’Eurozona sono crollate. Le politiche del presidente Donald Trump più radicali e populiste sono state, in parte, contenute. E l’economia della Cina non ha ancora sofferto un hard landing, fattore che creerebbe un’instabilità sociopolitica”.

In più, fa notare ancora Roubini, “i mercati hanno problemi a scontare gli eventi noti come cigni neri: ovvero quegli eventi “unkown unknows”, “incognite sconosciute” che sono improbabili, ma estremamente costosi. Per esempio, il mercato non avrebbe potuto prevedere l’11 settembre. E, anche se gli investitori credono che un altro attacco terroristico di grande portata prima o poi arriverà, non possono prevedere esattamente” quanto accadrà.

Per Roubini un cigno nero potrebbe essere rappresentato da un’escalation delle tensioni tra gli Usa e la Corea del Nord, anche se “questa è una possibilità che i mercati stanno felicemente ignorando”.

Tra le ragioni c’è il fatto che, “nonostante Trump alzi la voce, gli Stati Uniti dispongono di poche opzioni militari realistiche: la Corea del Nord potrebbe utilizzare armi convenzionali per cancellare Seoul e gli altri paesi vicini, dove vive quasi la metà della popolazione sudcoreana, nel caso in cui gli Usa decidessero di colpirla”.

Inoltre, “gli investitori potrebbero ritenere che, anche nel caso in cui si verificasse un conflitto militare contenuto, non ci sarebbe una vera e propria guerra, e l’intervento delle banche centrali potrebbe limitare i danni all’economia e ai mercati finanziari. In questo scenario, così come nell’11/9, la correzione iniziale dei mercati potrebbe trasformarsi in una opportunità di acquisto”.

Altri cigni neri potrebbero essere una guerra cibernetica tra gli Usa e la Corea del Nord o il lancio di una bomba sporca contro gli Usa.

Roubini conclude:

“Un’escalation delle tensioni con la Corea del Nord finirebbe per essere un’opportunità di “acquisto (buy the dip) o rappresenterebbe l’inizio di un forte crollo dei mercati? Si sa bene che i mercati sono capaci di scontare i ‘rischi’ associati a una normale distribuzione di eventi che possono essere statisticamente previsti e misurati. Ma hanno più problemi a far fronte all’incertezza knightiana (da Frank H. Knight, autore del paper Risk, Uncertainty and Profit),  ovvero, al rischio che non può essere calcolato in termini probabilistici).