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Non si ferma la rivolta in Libia. Il petrolio vola a 107$. Navi iraniane nel canale di Suez

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La Libia è in fiamme. Dall’Egitto al Bahrein i tiranni che avevano in pugno la regione stanno cadendo come pedine di un domino impazzito, ma il prezzo che deve pagare per la popolazione è altissimo. Il sanguinario leader libico Muammar Gheddafi sta combattendo una sanguinosa battaglia per conservare il potere, che detiene da 41 anni, dopo che le proteste antigovernative, scoppiate nell’Est del paese, hanno raggiunto la capitale. Alcuni abitanti hanno riferito di avere sentito colpi d’arma da fuoco in diverse parti di Tripoli e un attivista politico ha detto che aerei da guerra hanno bombardato la città. Le forze fedeli a Gheddafi hanno ucciso decine di persone in tutta la Libia, secondo associazioni per i diritti umani e testimoni, spingendo i governi stranieri alla condanna del Colonnello. Non è possibile verificare in modo indipendente i racconti che giungono dal Paese e le comunicazione tra la Libia e l’estero sono difficili, ma sta emergendo un quadro di progressiva debolezza per Gheddafi, un leader che per decenni è stato al centro della scena internazionale e controlla vaste riserve di petrolio.


“Quello cui stiamo assistendo è inimmaginabile. Aerei da guerra ed elicotteri stanno bombardando indiscriminatamente una zona dietro l’altra. Ci sono moltissimi morti e stanno continuando. Colpiscono chiunque si muova, anche nelle proprie auto”, ha annunciato Adel Mohamed Saleh alla tv Al Jazeera. Due jet da guerra libici sono atterrati a sorpresa oggi a Malta. Le autorità maltesi hanno spiegato che i due piloti, due colonnelli, hanno detto di esser partiti da Tripoli e di aver disertato dopo aver ricevuto l’ordine di bombardare i manifestanti che protestavano. Dopo questo episodio, le basi dell’aeronautica militare italiana sono state poste in stato di massima allerta, come riferito da fonti della Difesa, secondo le quali è stato anche deciso il trasferimento di un certo numero di elicotteri della Marina e dell’Aeronautica nel sud d’Italia.

Tensioni che si sono riverberate anche sui corsi del petrolio balzati ai massimi da settembre 2008 e, se la situazione non dovesse stabilizzarsi in fretta, potrebbe mettere le ali e volare a livelli rischiosi per la ripresa economica mondiale che, come ha appena affermato il G20, procede, ma in maniera disomogenea. I prezzi del greggio hanno continuato a salire questa notte sulle piazze asiatiche, sulla scia dei disordini di piazza in Libia che minacciano di destabilizzare i grandi produttori di petrolio. La Libia è un Paese centrale dal punto di vista energetico, sia per il petrolio che per il gas. Si tratta infatti del quarto produttore africano di greggio, dietro Nigeria, Algeria e Angola, con una produzione di 1,8 milioni di barili al giorno, e sta acquisendo posizioni anche sul metano, con riserve accertate stimate dall’Opec in 1.540 miliardi di metri cubi ed esportazioni per oltre 10 miliardi di metri cubi l’anno.


In caso di arresto o riduzione della produzione, quindi, il mercato mondiale, in particolare quello europeo, si troverebbe privo di importanti quantità di idrocarburi; senza contare, come osservano diversi analisti, i rischi connessi con il possibile contagio di altri Paesi dell’area, Iran in testa. I Paesi del Nord Africa e del Medio Oriente contano, infatti, per il 36% della produzione petrolifera mondiale e conservano il 61% delle riserve. Negli scambi in Asia i contratti per il greggio a scadenza marzo, che scadono oggi, ha guadagnato 6,45 dollari a 92,65 dollari al barile. Il prezzo del Brent ha continuato il suo apprezzamento: i contratti per le consegne ad aprile hanno sfiorato i 107 dollari (106,95). Una situazione che allarma anche l’Opec. L’organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio per i tumulti politici in Medio Oriente segue con apprensione i tumulti politici in Medio Oriente, ma è improbabile che scelga di agire ora. Lo hanno affermato i delegati Opec.


“Siamo allarmati e preoccupati per quello che sta succedendo in Medio Oriente, in particolare in Libia, ma non credo che agiremo per ora”, ha spiegato un delegato, facendo notare come i prezzi del petrolio a Londra siano saliti sopra i 105 dollari al barile lunedì dopo i tumulti che hanno interrotto la produzione in Libia. “Molti Paesi membri dell’Opec hanno scelto un atteggiamento di attesa”, ha detto un altro delegato. Circa 50mila barili al giorno di produzione di petrolio dalla Libia vengono persi a causa delle agitazioni, ha osservato David Fyfe, capo della Oil Industry and Markets Division presso l’Agenzia internazionale dell’energia. Come se non bastasse questa mattina è balenata la notizia che la produzione cinese di petrolio greggio è salita del 6,2% a gennaio rispetto al gennaio 2010 a 17,48 milioni di tonnellate, equivalenti a 4,13 milioni di barili al giorno. Lo rivela la Commissione per lo sviluppo nazionale e la riforma (Ndrc).
 
La Cina – il secondo consumatore di petrolio al mondo dopo gli Stati Uniti – ha lavorato 35,53 milioni di tonnellate di greggio nelle sue raffinerie in gennaio, in crescita del 11,4% sull’anno, ha detto la Ndrc, citando fonti del settore. I dati della produzione di greggio, che possono essere diversi da quelli che saranno rilasciati dall’Ufficio Nazionale di Statistica a metà marzo, sono inferiori a ciò che il mercato ha previsto. L’agenzia di stampa governativa Xinhua aveva detto lunedì che la produzione di greggio in gennaio avrebbe superato i 38 milioni di tonnellate. E infine è alta la soglia di attenzione anche nel Mediterraneo. Due navi da guerra iraniane sono entrate all’alba nel canale di Suez, dirette verso il Mediterraneo. È la prima volta che questo accade dal 1979. Lo riferiscono i media iraniani. L’Autorità del Canale ha fatto sapere che le navi sono entrate nel canale di Suez intorno alle 5.45 ora local, le 4.45 in Italia.

 

L’Iran sostiene che le navi, la fregata Alvand e la nave appoggio Kharg, siano dirette verso la Siria per un’esercitazione, senza equipaggiamenti militari nè materiale nucleare o chimico a bordo. Israele, ricorda Arutz Sheva, ha già bollato l’iniziativa di Teheran come una provocazione. Il passaggio delle navi nel Canale di Suez è stato approvato dal Consiglio militare al potere in Egitto. Israele ha gridato alla provocazione. Notizie che creano ulteriore incertezza sulle Borse. Dopo la chiusura negativa di Tokyo, l’avvio dei mercati europei è all’insegna delle vendite. Gli investitori, preoccupati per la situazione in Libia, preferiscono rivolgersi a beni di investimento più sicuri. “Gli investitori sono in fuga dagli asset rischiosi a causa delle tensioni in Nord Africa e in Medio Oriente e dopo il calo dei mercati azionari asiatici”, osserva Teppei Ino, analista di Bank of Tokyo-Mitsubishi Ufj. “Il mercato è completamente concentrato sul Medio Oriente e la Libia, dove la situazione è del tutto incerta”.