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Non si ferma la protesta in Egitto. Per Nomura è una buy opportunity. Brent oltre i 100$

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Si infiamma di nuovo il petrolio. Il prezzo del Brent del Mare del Nord acquistato oggi con consegna a marzo si porta di nuovo sopra la soglia dei 100 dollari, entrando nel mercato asiatico a 100,37 dollari al barile (159 litri), 45 centesimi al di sopra del prezzo di martedì. Un barile di greggio degli Stati Uniti West Texas Intermediate (Wti), invece, è aumentato di 54 centesimi a 87,48 dollari. Sulle quotazioni tornano ad incidere le tensioni legate all’evolversi della situazione in Egitto. Circa diecimila manifestanti anti-regime si sono riuniti anche questa mattina davanti alla sede dell’Assemblea del popolo (Camera) al Cairo, e più o meno altrettanti davanti alla casa del premier, generale Ahmed Shafik. Lo riferiscono fonti sul posto, precisando che altri gruppi di manifestanti hanno raggiunto anche la sede del ministero degli interni e della presidenza del consiglio dei ministri.


Ieri, Ahmed Maher, coordinatore del movimento del 6 Aprile, una delle principali organizzazioni che ha promosso la rivolta popolare in corso dal 25 gennaio, aveva affermato che è necessaria un’escalation nella protesta, con un assedio al palazzo del parlamento, alla sede della televisione ed una marcia verso il palazzo presidenziale, anche se questo dovesse significare scontri con l’esercito. Sulla frontiera egiziana si stia giocando una partita molto delicata. Il messaggio è chiaro nelle parole del portavoce del ministero degli Esteri egiziano, Husam Zaki. In un’intervista rilasciata al quotidiano saudita al-Watan Zaki ha denunciato che il leader dell’Hezbollah libanese, Hassan Nasrallah, e la Guida Suprema iraniana, Ali Khamenei, vogliono incendiare l’intera regione. Nei giorni scorsi Khamenei ha chieso l’immediata cacciata del presidente, Hosni Mubarak, e ha auspicato la creazione in tutta la regione di governi islamici.

Dalla Casa Bianca seguono con apprensione gli sviluppi all’ombra delle Piramidi. In Egitto, tra stabilità e democrazia gli Stati Uniti puntano chiaramente sulla prima. Dopo una settimana a tratti caotica dal punto di vista diplomatico, la strategia di Washington appare ormai chiara: da un lato, in nome dei diritti universali di libertà e democrazia, gli Usa continuano con pressioni esplicite nei confronti del presidente egiziano, Hosni Mubarak, affinchè lasci l’incarico; dall’altro, in nome del realismo politico, accettano implicitamente che il sistema- Mubarak resti temporaneamente al potere. Il motivo? Agli occhi di Washington questa è l’unica condizione per garantire una transizione ordinata, che fin dalla prima ora è il primo vero obiettivo perseguito dagli Usa nella regione. È per questo che, in accordo con lo stesso Mubarak, gli Usa hanno puntato su Omar Suleiman.


L’attuale vicepresidente, come segnalava ieri il New York Times, è l’uomo giusto per gestire la delicatezza del momento e garantire la transizione ordinata. Suleiman, 74 anni, da 17 è a capo dell’intelligence egiziana e come tale ha avuto ed ha contatti costanti con Washington. La sua presenza è garanzia sufficiente per fare di lui il traghettatore ideale agli occhi di Washington. È con lui che il vicepresidente americano, Joe Biden, è costantemente in contatto; è a lui che Biden chiede la road map delle riforme; è a lui che la diplomazia Usa fa riferimento quando dice di aspettarsi dall’Egitto passi immediati e concreti in linea con le aspirazioni del popolo egiziano.


Nonostante la crisi sia ormai in corso da più di due settimane, poco importa dunque – come sottolineato dal New York Times – che il generale Suleiman non abbia ancora ritenuto opportuno abrogare la legge d’emergenza che, per 30 anni, ha consentito in Egitto di imprigionare i leader dell’opposizione; poco importa che abbia dichiarato di ritenere l’Egitto non ancora pronto per la democrazia. Quelle sue dichiarazioni non sono utili a rafforzare il processo verso la democrazia, ha ammesso Gibbs. Ma la sua presenza – hanno sottolineato molti osservatori americani – è utile a garantire il bene più prezioso: la stabilità, tanto in Egitto quanto nell’intera regione.


La crisi egiziana è una buy opportunity?, si sono chiesti gli analisti di Nomura interpretando i timori degli investitori. Secondo il broker la risposta è sì. “Anche se è troppo presto per arrivare a disegnare qualsiasi conclusione, l’evidenza empirica di quello che è successo in altri tre Paesi, il Pakistan, l’Indonesia e il Sud Africa, alle prese con una fase di transizione politica è chiara. Quando il periodo di transizione giunge al termine, i ritorni per i mercati azionari della regione sono ampiamente positivi”, segnalano gli esperti della banca giapponese. In Pakistan che ha visto la fine del regime di Musharraf nell’agosto del 2008 e in Indonesia che è stata teatro di violenti scontri nel maggio 2008 per rimuovere dal potere il presidente Suharto sono stati protagonisti di un re-rating, ricordano a Nomura. Il caso sud africano è più complesso in quanto la transizione da un regime di apartheid alla democrazia si è sviluppato passo a passo sulla strada delle riforme, osservano ancora. Ma anche qui il lieto fine c’è stato. “Da quando Mandela è diventato presidente, il mercato azionario ha reagito positivamente, nei due anni successivi all’elezione”.