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No-deal Brexit: banche centrali di tutto il mondo pronte a dispiegare l’arma più pericolosa dei loro arsenali

Gli istituti stanno approntando misure di emergenza “per proteggere le loro rispettive economie dalle turbolenze che molti analisti prevedono nel worst case scenario”.

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Banche centrali in allerta in tutto il mondo: il no-deal Brexit è un rischio che non può essere preso sottogamba. Lo sa bene il Tesoro britannico, che ha accantonato una liquidità di emergenza del valore di 4 miliardi di sterline, e lo sa bene la Bank of England, che non ha escluso la possibilità di intervenire, nello scenario peggiore, con un taglio dei tassi. Ma lo sanno bene, anche, le banche centrali di tutto il mondo.

George Pickering, docente presso il Mises Institute Research, pubblica un articolo sottolineando come gli istituti stiano, infatti, riconoscendo sempre di più il pericolo che un hard, no-deal Brexit si riveli “l’esito più probabile”.

D’altronde, la data del 29 marzo, fissata come data in cui la Brexit votata il 23 giugno del 2016 dovrebbe diventare effettiva, dista appena quattro settimane. E, anche se la premier britannica Theresa May sta facendo il possibile per scongiurare il worst case scenario rappresentato dal no-deal Brexit, il tempo stringe, in una situazione in cui l’Unione europea si è detta fermamente contraria a riaprire le trattative del Withdrawal Agreement.

L’unico modo per risolvere l’impasse sventando il peggio sarebbe quello di estendere l’Articolo 50, decisione che richiederebbe però non solo l’ok del Parlamento UK – che sta comunque lavorando in tal senso – ma anche l’autorizzazione di tutti i 27 membri dell’Unione europea (ancora 28 con il Regno Unito, visto che l’uscita dal blocco non è ancora avvenuta in via, per l’appunto, ufficiale).

Di conseguenza, ben consapevoli delle grandi incognite, le banche centrali, spiega l’articolo, “hanno iniziato a formulare i piani per proteggere le loro rispettive economie dalle turbolenze che molti analisti prevedono (in caso di no-deal Brexit). Non meraviglia molto apprendere che molti di questi piani di emergenza si focalizzano sullo strumento di politica monetaria più importante, e anche più pericoloso, dell’arsenale degli istituti: la loro capacità di gonfiare l’offerta di moneta e mantenere i tassi di interesse bassi in modo artificiale”.

Altro che strategie di uscita da politiche monetarie straordinariamente accomodanti.

I banchieri centrali sono tutti sull’attenti, pronti a risfoderare gli stessi strumenti che, faticosamente, avevano deciso di riporre nei suddetti arsenali.

“Nello stesso Regno Unito, le autorità monetarie della Bank of England hanno segnalato che un no-deal Brexit potrebbe provocare un dietrofront nel processo attuale di normalizzazione dei tassi di interesse. Dopo aver detto addio al minimo storico dei tassi di interesse, pari allo 0,25%, successivamente al referendum sulla Brexit del giugno del 2016, la Bank of England ha alzato il costo del denaro due volte, al livello attuale dello 0,75%, che corrisponde al massimo dalla fine ufficiale della Grande Recessione del 2009. Tuttavia, Gertjan Vlieghe, membro della commissione di politica monetaria della banca centrale, ha annunciato di recente che, ‘nel caso di uno scenario no-deal, una eventuale scelta di allentare o fare una lunga pausa nelle decisioni di politica monetaria potrebbe essere una risposta appropriata molto più di una manovra restrittiva’. I mercati monetari – sottolinea l’esperto – si rivelano ancora più ambigui nelle loro aspettative, prevedendo che non ci sarà alcun rialzo dei tassi di interesse almeno fino al maggio del 2020“.

Pickering mette in evidenza anche la virata delle altre principali banche centrali a livello mondiale: la Federal Reserve di Jerome Powell, la Bce di Mario Draghi – che si riunisce la prossima settimana, leggi QUI la preview su cosa potrebbe decidere di fare – e la Bank of Japan di Haruhiko Kuroda.

Riguardo alla Fed, “dopo i tre rialzi del 2017 e gli altri quattro nel 2018, i tassi sui fed funds si aggirano al momento al 2,5%, rispetto allo 0,25% del tasso effettivo che è stato mantenuto nel periodo compreso tra il 2008 e il 2015”.

Tuttavia le cose sono cambiate, e molto ha a che fare sia con le incertezze legate alla Brexit che al rallentamento dell’economia cinese. “Il presidente della Fed Jerome Powell ha, di conseguenza, fatto la sua dichiarazione più forte contro l’eventualità di continuare nel percorso della normalizzazione dei tassi, sottolineando che “le ragioni per aumentarli  si sono indebolite” e rivelando, anche, che il Fomc ha concordato sulla necessità di mantenere un approccio paziente riguardo a eventuali future strette. Dunque, sebbene la Fed avesse precedentemente indicato la probabilità di ulteriori due strette monetarie nel 2019, i mercati dei futures hanno reagito al discorso di Powell smettendo di prevedere alcun ulteriore rialzo e anzi scommettendo, anche se con una bassa probabilità, su un possibile taglio dei tassi di interesse nel corso del prossimo anno“.

Dal canto suo, “la Bce ha reagito alla minaccia di un no-deal Brexit in modo piuttosto prevedibile, auspicando una maggiore integrazione dei mercati dei capitali Ue e un ulteriore rafforzamento dell’Unione monetaria ed economica e del mercato unico, ‘al di là della sua dimensione finanziaria’. La Bce ha anche auspicato ‘una cassetta degli attrezzi macro-prudenziali che possa essere ampliata, al fine di affrontare i rischi potenziali attinenti alla…liquidità’. Questa potrebbe sostanziarsi nell’attribuzione, all’istituto guidato da Mario Draghi, di poteri maggiori per creare nuova moneta e per iniettarla nel sistema finanziario. Di conseguenza, i mercati hanno tagliato le loro precedenti scommesse su un aumento imminente dei tassi (in Eurozona) e ci sono state anche speculazioni sulla possibilità che l’istituto dia il via a un nuovo round di stimoli attraverso l’erogazione di prestiti alle banche a tassi stracciati (operazioni di TLTRO). Anche il Giappone ha segnalato di recente che potrebbe iniziare a varare più stimoli, mentre l’Australia e la Svezia hanno indicato la possibilità di rivedere i loro precedenti piani, volti ad alzare i tassi nei prossimi mesi”.

George Peckering cita un motto di Mark Twain per spiegare il circolo vizioso in cui le banche centrali sono invischiate ormai da anni: “Quando tutto quello che hai a disposizione è un martello, inizi a vedere chiodi ovunque”.

Partendo da questo assunto, l’economista spiega che “il problema del ricorso ripetuto alla politica monetaria espansiva da parte delle banche centrali, non risiede nel fatto che si tratta della stessa soluzione a cui sembrano tendere nei momenti di crisi. Il problema, con questa politica, è che sistematicamente sottovaluta i danni che un’inflazione dell’offerta di moneta nel sistema finanziario provoca attraverso la creazione della moneta fiduciaria (ovvero di quei sostituti della moneta che le banche emettono ma che non sono pienamente garantiti da unità monetarie fisiche -come per esempio oro o valute – nei loro forzieri). Di norma la crezione di questa moneta fiduciaria è consentita e coordinata dalle banche centrali”.

“Tuttavia questa specie di inflazione artificiale dell’offerta di moneta non solo diminuisce nel corso del tempo il potere di acquisto delle valute effettive – conclude Pickering – ma si traduce anche in una redistribuzione del potere di acquisto dai cittadini a tutti quegli agenti vicini al sistema finanziario e allo stato. Fattore forse più importante, l’insistenza delle banche centrali a mantenere bassi i tassi di interesse in modo artificiale è stata mostrata dalla Teoria austriaca del ciclo economico di Ludwig von Mises, come la causa principale delle crisi economiche cicliche”.