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Nell’era della normalizzazione le valutazioni degli asset torneranno in primo piano

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Siamo entrati nell’era della normalizzazione ma siamo ancora troppo abituati a vivere nell’era dello straordinario. William De Vijlder, chief investment officier, strategy & partners di BNP Paribas IP, si richiama a quanto avvenuto nel momento in cui il tapering ha fatto capolino nelle intenzioni della Federal Reserve. Tutti gli asset hanno reagito bruscamente. “Ciò avviene perché – spiega De Vijlder – la politica del Quantitative easing ha schiacciato i rendimenti forzando gli investitori a elevare il rischio nei propri portafogli per ottenere maggiore rendimento”. In altri termini ci si trova in uno scenario che non è quello desiderato e, al minimo stormir di foglia, si reagisce con forza. Lo stormir di foglie è, naturalmente, l’inizio della fine del Quantitative easing. “I mercati, gli investitori, devono cominciare a pensare in maniera diversa da quanto fatto finora. Non è facile”. E, soprattutto, bisognerà abituarsi a queste reazioni brusche sull’uscita di dati macroeconomici. Come comportarsi? Su un orizzonte da 3 a 6 mesi De Vijlder sovrappesa il debito dei mercati emergenti in dollari e l’azionario dei mercati emergenti, il quale ha sottoperformato l’azionario dei Paesi sviluppati nel corso degli ultimi due anni e mezzo. 

Guardando oltre il breve termine, De Vijlder sottolinea che il passaggio da un mondo dove è la liquidità a guidare a uno dove è la crescita a guidare, ritorneranno in auge le valutazioni degli asset. L’investitore alla ricerca di rendimenti reali positivi, dovrà rivolgersi ad asset rischiosi, come l’azionario, operando in maniera selettiva. “Osservando le valutazioni dei mercati azionari – spiega De Vijlder – si nota come esse non si trovino a livelli estremi, se comparate con la media delle valutazioni calcolata a partire dagli anni ’80”. Il rapporto p/e è superiore alla media solo per gli Stati Uniti, 20,4 contro 20,1, mentre Europa e Mercati emergenti hanno p/e rispettivamente a 16,2 contro 18,3 e 17,7 contro 20,6. Caso a parte il Giappone, dove i valori non sono affidabili a causa dei numerosi cambiamenti di politica degli ultimi anni. Emergerebbe, quindi, una preferenza per il mercato azionario del Vecchio continente e degli Emerging markets.