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Messina (Intesa SanPaolo) dice buy Italia: ‘giudizio Fmi non corretto’

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Carlo Messina, numero uno di Intesa SanPaolo, non è affatto d’accordo con l’affermazione dell’Fmi secondo cui l’Italia sarebbe un rischio globale. Tutt’altro, Messina è per il ‘buy Italia’, ovvero il ‘Comprate Italia’. Tanto che è questo il messaggio che sta dando al World Economic Forum di Davos.

Lo dice lui stesso in un’intervista rilasciata a La Stampa in cui dichiara, tra le altre cose, di essere favorevole anche alla misura del reddito di cittadinanza promossa dal M5S. Il neo della manovra, sottolinea, è rappresentato piuttosto dagli investimenti, che non sono sufficienti.

Sul caso del giudizio dell’Fmi, che è arrivato alla vigilia dell’inizio del Forum Economico Mondiale di Davos, creando un vero e proprio caso politico – lo stesso ministro Giovanni Tria non ha risparmiato critiche al Fondo- il banchiere ribatte che l’Italia è un “paese solido”.

I funzionari del Fondo, insomma, “esagerano”.

Certo, “è ragionevole la stima sulla riduzione della nostra crescita. Però considerare che l’Italia possa essere un grande problema per il mondo non lo trovo corretto. Del resto è accaduto spesso che il Fondo prendesse delle posizioni che poi non si sono del tutto rispecchiate nella realtà”.

Il problema del debito italiano esiste, ma l’Italia è solida “anche nel confronto con le principali economie del mondo”. Ovviamente “essere una grande potenza esportatrice ci espone alla frenata del ciclo mondiale. Se entri in una fase di decelerazione globale che tocca proprio gli scambi internazionali non è possibile non soffrirne”.

Detto questo, la fiducia che Messina ripone nell’Italia è decisamente alta, se si considera che, nel lasciare il padiglione di BlackRock di Davos, afferma che il suo messaggio è stato “Comprate Italia!”.

L’AD precisa: “Ho offerto il ritratto di un Paese dai fondamentali molto forti”, forti nonostante il rallentamento dell’economia.

Ovvio, “se la Germania cresce meno, se la Cina e gli Stati Uniti si sfidano sui dazi, il rallentamento per l’Italia è inevitabile. Produrremo meno ricchezza nel 2019, certo. Ma resta la forza delle nostre piccole e medie imprese, che da sole valgono metà delle nostre esportazioni”.

Inoltre, “la manifattura italiana ha compiuto un lavoro straordinario di riposizionamento dopo le ultime due crisi, con un export che è il più diversificato al mondo. A questo si aggiunge il risparmio degli italiani, pari a 10 mila miliardi: uno dei più elevati a livello globale”.

Riguardo alle misure considerate volano di crescita dall’esecutivo giallo-verde, Carlo Messina approva il reddito di cittadinanza, definendolo “un segnale nella direzione positiva contro le diseguaglianze”.

Resta “il nodo crescita e disoccupazione, che andrebbero affrontate con gli investimenti”.  Di fatto, “non si cresce solo con le risorse messe a disposizione dei più deboli. Rimettere in moto le opere pubbliche e le costruzioni è indispensabile, come accelerare i cantieri già programmati e che oggi vanno a rilento o sono fermi. Con 50 miliardi di investimenti pubblici, già stanziati, si potrebbero mobilitare altri 50 miliardi tra fondi europei e risorse private“.

E se il banchiere Carlo Messina si oppone al giudizio dell’Fmi sull’Italia, ritenendo anche, tra l’altro, che è difficile che lo spread salga, da Davos un altro illustre rappresentante del mondo della finanza fa notare come il rischio debito non sia tanto un problema di Italia, Cina o Giappone, ma degli Usa.

Così, stando a quanto riporta Il Sole 24 Ore Oliver Adler, capo economista di Credit Suisse, alla presentazione di uno studio comprensivo del Credit Suisse Research Institute:

“Il Paese che più ci sembra sulla traiettoria di un debito insostenibile sono gli Stati Uniti, mentre nell’Eurozona “i parametri fiscali sono meglio di quanto alcuni tendano a dipingere”.

Il debito italiano, tra l’altro, non è neanche di per sé preoccupante, grazie all‘avanzo primario e l’alto tasso di risparmio degli italiani, che in buona parte si indirizza verso i BTP:

“C’è però un accresciuto rischio politico, non riscontrabile altrove, a causa di una incompleta unione monetaria. La Banca centrale europea è soggetta a maggiori restrizioni rispetto ad altri istituti centrali nel mantenere la sostenibilità del debito”.

In ogni caso, per Adler, l’importante è che la comunicazione che arriva dal governo sia chiara nell’accettare una certa disciplina fiscale e nell’impegno a lungo termine a restare nell’euro:

“Più che punti percentuali di deficit in più o meno, può far danno dare la sensazione che l’Italia non escluda traiettorie alternative, come si è vosto quando lo spread ha cominciato a salire l’anno scorso non su fatti o azioni, ma solo per i timori suscitati tra gli investitori da certe parole”.