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Messico e nuvole – Perchè la fine del denaro facile non produrrà un effetto domino negli emergenti

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Tratto da “L’Alpha e il Beta” di Carlo Benetti*

Con la fine del denaro facile ci si interroga sul destino delle economie emergenti, se potranno resistere ad eventuali nuove fughe di capitali esteri. Il centenario della nascita del poeta messicano Octavio Paz offre l’occasione per un accenno all’economia messicana, paradigma delle differenze tra le varie economie emergenti e il loro grado di dipendenza dai capitali stranieri.

Si dice 1968, “formidabili quegli anni”, e vengono in mente i carri armati russi per le strade di Praga, la rivoluzione culturale provocata dagli studenti universitari, primo fenomeno di contestazione globale, l'”immaginazione al potere” e il “vietato vietare” degli studenti che incendiarono Parigi, gli scontri a Milano e Roma tra giovani e forze dell’ordine.

In pochi ricordano, almeno in questa parte del mondo, il 1968 degli studenti universitari messicani.

Dopo settimane di agitazione, gli studenti si diedero appuntamento a Città del Messico per una imponente manifestazione. Furono oltre 15.000 a sfilare per le strade della capitale quel 2 ottobre del 1968. Al termine della giornata circa 5.000 persone si accamparono in Piazza delle Tre Culture. Ma i militari che avevano circondato la piazza con blindati e mezzi pesanti aprirono improvvisamente il fuoco  sugli studenti e lavoratori inermi. Anche Oriana Fallaci, che stava osservando la scena dall’alto di un palazzo, venne gravemente ferita dal fuoco di un elicottero, “un massacro peggiore di quelli che ho visto in guerra” scrisse poi la giornalista.

Di tutte le proteste studentesche questa ebbe la conclusione più cruenta, le vittime furono oltre trecento, sempre negate dalle autorità. Solo nel 1997 una commissione accertò le responsabilità del governo e la pianificazione dell’attacco. Alcuni scrittori messicani denunciarono subito l’episodio negato dalle autorità, tra loro Carlos Monsivais, Elena Poniatowska e il poeta premio Nobel Octavio Paz, del quale tra pochi giorni, il 31 marzo, ricorre il centenario della nascita.

Nel più importante dei suoi saggi, “Il labirinto della solitudine”, Octavio Paz svolge una analisi della storia e della società messicana sotto il profilo storico, politico, filosofico, religioso. La solitudine del Messico, nell’originale analisi di Paz, spiega e comprende anche la tragedia di Piazza delle Tre Culture. Subito dopo quel tragico ottobre 1968 Paz si dimise da ambasciatore in India per esprimere la propria pubblica protesta contro il governo responsabile del massacro. Una delle parole d’ordine di quei ragazzi, scrisse Ottavio Paz, era democrazia: “tutte le loro richieste si riassumono in una parola che è stata il motore del movimento e il segreto del suo spontaneo potere di seduzione nella coscienza delle persone: democratizzazione”.

In quegli anni il Messico era appena all’alba del processo politico verso la democrazia. Venti anni fa, nel 1994, una formidabile spinta verso la modernizzazione venne data dalla sigla degli accordi commerciali Nafta (North American Free Trade Agreement) che liberalizzavano gli scambi commerciali con Stati Uniti e Canada.

L’eliminazione delle barriere doganali nei prodotti agro-alimentari, la liberalizzazione del commercio, la facilitazione del movimento dei capitali esteri diedero vita ad una profonda trasformazione dell’economia messicana che, con l’adesione anche al WTO e ad altri accordi internazionali, si è gradualmente inserita nel grande gioco della competizione globale. In questi mesi è in corso la negoziazione degli accordi Trans-Pacific Partnership, una sorta di Nafta allargato alle nazioni dell’area del Pacifico.

A seguito della sottoscrizione di questi trattati di libero scambio il Messico è diventato uno dei primi venti paesi esportatori mondiali, il reddito pro capite è superiore ai 10.000 dollari (circa 6.000 dollari il reddito pro capite cinese). Sulla forza della ripresa dell’economia USA la crescita del PIL reale nel 2014 è stimata a 3,5% e 4% nel 2015.

Il ragionamento sul Messico è paradigmatico delle differenze tra economie e modelli di crescita dei Paesi Emergenti. Il treno del denaro facile è prossimo al capolinea: nel 2014 si esaurirà il programma degli acquisti straordinari della Federal Reserve (Quantitative Easing) e, in fase con il buon tono dell’economia, i tassi torneranno a livelli di normalità. 

La domanda cruciale posta dalla fine corsa del denaro facile riguarda proprio le economie emergenti, se i loro fondamentali saranno in grado di evitare nuove crisi causate dalla fuga dei capitali stranieri.

E’ proprio l’eterogeneità e le differenze tra economie, ed il Messico ne è esempio virtuoso, a rendere improbabile il ripetersi di crisi ad effetto domino come quelle degli anni ’80 o ’90: i modelli di sviluppo si sono differenziati, affinate le peculiarità tra economie virtuose ed economie fragili. La faglia che le divide è il grado di dipendenza dai capitali esteri, dato dalla somma delle partite correnti con gli investimenti esteri diretti (FDI) sul PIL nazionale. Quanto minore, o negativo, è il dato, tanto maggiore è la vulnerabilità del paese. Sulla valutazione di economie come quella del Messico, o dello stesso Brasile, fonda il convincimento che la storia dei mercati emergenti continua e non ripeterà moduli del passato. 

  “… cosa sta cercando?” scrive Octavio Paz nel Labirinto della solitudine “forse cerca il suo destino, forse il suo destino è la ricerca”. Più prosaicamente, il destino dei portafogli di investimento è poco poetico e molto basilare: ricerca di efficienti profili rischio rendimento, ricerca di rendimenti reali interessanti in Paesi con fondamentali economici non (troppo) dipendenti dai capitali esteri, il Messico ne è uno dei molti esempi.

 

*Head of market research and business innovation di Swiss & Global
Asset Management (Italia) SGR.