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Mercati: politica monetaria ed economia reale, Banche centrali osservate speciali

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Dopo il mini rimbalzo di ieri i listini azionari del Vecchio Continente sono tornati a scendere oggi. Mentre sul secondario dei titoli di Stato la yield curve continua il processo di steepening, con i rendimenti sulle scadenze più lunghe che continuano a crescere, i mercati sembrano aver già scontato le possibilità che il rialzo dei tassi d’interesse statunitensi avvenga al minimi a dicembre.

Ormai negli Stati Uniti si assiste alla paradossale situazione in cui ad un “rallentamento” dell’economia, come quelle messo in luce ieri con il calo della produzione industriale, i listini rispondono con decisi rialzi. In situazioni normali il rallentamento economico dovrebbe essere un segnale di allerta per i conti economici aziendali e quindi determinare vendite sui mercati azionari, con spostamento dei flussi finanziari a favore di asset class più sicure (come bond o preziosi).

In un contesto dove le azioni di politica monetaria sono divenute i driver principali dei movimenti dei flussi monetari, le notizie e i segnali prodotti dai banchieri centrali hanno assunto maggior rilevanza, almeno per i movimenti di breve, rispetto ai dati sull’economia reale.

In questo quadro, mentre nel Vecchio Continente Mario Draghi, con la riunione di giovedì scorso, ha comprato tempo in attesa delle mosse di Janet Yellen, Oltreoceano imperversa il dibattito fra i membri della FED stessa circa la effettiva necessità di un rialzo tempestivo del costo del denaro. Ricordiamo che si tratterebbe della seconda stretta monetaria nel giro di dieci anni per gli Stati Uniti, dopo quella “storica” di dicembre 2015.