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Mercati emergenti: Stati Uniti d’Asia (Fondionline.it) -3

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Attualmente, al puzzle classico manca proprio il ridimensionamento dei mercati emergenti. Secondo i report diffusi dalle principali società di gestione, le trappole possono nascondersi ovunque: nel mercato delle ipoteche subprime Usa, nella surriscaldata Borsa cinese, negli immobili di Irlanda e Spagna, negli squilibri statunitensi e nella possibilità che i flussi di capitali asiatici subiscano una contrazione, in mercati come l’Islanda e la Nuova Zelanda, dove gli investitori istituzionali hanno tratto benefici enormi giocando sul differenziale dei tassi di interesse.
Nessuno indica i mercati emergenti come danger zone. I motivi? Pare che questi mercati si siano trasformati in creditori del mondo globalizzato (600.000 milioni di Usd nel 2006, secondo i calcoli di Pimco). La fuga di capitali che provocò terremoti finanziari in passato sembra essersi già conclusa con l’acquisto di assets emessi dagli emittenti dei paesi industrializzati. I problemi derivanti dall’eccesso di investimenti riguardano oggi altre aree. Questo non vuol dire che i mercati Emergenti si siano improvvisamente trasformati in un porto sicuro, ma solo che questi mercati meritano una valutazione differente da quella formulata qualche anno addietro. A cura di www.fondionline.it