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Mercati emergenti, India e Indonesia eclissano la Cina afflitta dal debito

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Nel terzo trimestre, così come nel primo e nel secondo, il Pil cinese è cresciuto del 6,7%. L’indice PMI manifatturiero, un fattore chiave per influenzare il sentiment degli investitori, è cresciuto per la maggior parte dell’anno, rispetto alla contrazione che si era verificata nella seconda metà del 2015. Tutto bene quindi? Non proprio. Come spiega Joep Huntjens, Head of Asian Fixed Income di NN Investement Partners, il problema è che la Cina ha continuato a fare affidamento sugli stimoli del governo per rispettare i propri obiettivi di crescita economica e ha creato più debito. A partire dalla crisi finanziaria globale, infatti, il debito totale della Cina è quadruplicato portandosi al 250% del Pil. “Il credito alle aziende è il principale driver della crescita del debito cinese e il suo livello è ben al di sopra di quello dei suoi peer dei Mercati Emergenti e supera persino quello dei Mercati Sviluppati”, spiega Huntjens.
 
Inefficienze della imprese statali
 
In Cina inoltre le riforme del mercato si sono inevitabilmente fermate. Questo è evidente soprattutto per le società di proprietà statale, che sono il cardine della politica industriale che ha permesso al governo di raggiungere gli obiettivi di sviluppo. “Dovendo affrontare un mercato con meno competizione e problemi di eccesso di capacità produttiva, il ROA per queste società nel 2015 è stato stimato a un ridotto 2,8% rispetto al 10,5% delle aziende private”, dice Huntjens. Che aggiunge: “Per ora la principale strategia di Pechino per affrontare il problema delle sue società inefficienti è stata quella di unire le grandi aziende a quelle ancora più grandi, con l’annuncio di circa mille miliardi di dollari di fusioni a partire dalla fine del 2014”. Ma, secondo lo strategist, questo difficilmente risolverà la causa che sta alla radice dell’eccesso di capacità produttiva e di allocazione inefficiente. “Difficilmente si verificheranno licenziamenti di massa, considerato il timore della Cina per i disordini sociali che potrebbero derivarne – dice Huntjens – ma sicuramente la migliore soluzione nel lungo termine sembra essere quella di spostare i lavoratori dalle società statali in perdita ai settori dei consumi e dei servizi che si stanno espandendo rapidamente nel Paese”. In altre parole, accettare cifre più basse di crescita del Pil (per esempio un 5%) sarebbe meglio che perseguire una crescita di insostenibile e bassa qualità fondata sulla creazione di debito.
India e Indonesia
Mentre la Cina si confronta con le riforme, l’India e l’Indonesia hanno raggiunto miglioramenti su larga scala. Il primo ministro indiano, Narendra Modi, ha introdotto una nuova legge sulla bancarotta, ed è stata approvata la tanto attesa tassa sui beni e servizi, che punta a sostituire una pletora di tasse indirette con una singola imposta. Come Modi, anche il presidente indonesiano Jokowi ha dovuto superare sbarramenti politici nei suoi primi due anni alla guida del Paese, ottenendo un rimpasto del governo e nominando dei tecnocrati in posizioni chiave. “Queste mosse hanno dato i loro frutti – dice Huntjens – dal luglio di quest’anno il governo ha aggiunto più di 7 miliardi di dollari alle casse statali con l’implementazione del programma di condoni fiscali di maggior successo al mondo”. A differenza della Cina, l’India e l’Indonesia hanno meno controllo sugli investimenti per via del ruolo meno importante delle loro società statali. Di conseguenza, sia India che Indonesia sono riuscite a raggiungere alti livelli di crescita sulla base di forti consumi privati invece che sulla spesa del governo e sull’aumento del debito. L’India è cresciuta del 7,9% nel primo trimestre e del 7,1% nel secondo, mentre l’Indonesia ha una media di crescita del 5% per quest’anno. “E con l’implementazione delle riforme, i loro Pil probabilmente miglioreranno e, soprattutto, saranno il risultato di una crescita sostenibile e di alta qualità”, conclude Huntjens.