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Mercati asiatici, Buone occasioni nonostante il ritardo della Fed

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L’ansia fra gli operatori non si è spenta, è solo rimandata a dicembre. Dopo il nulla di fatto di settembre della Federal Reserve, che ha rinviato la decisione di alzare i tassi d’interesse americani a causa della crescita deludente dei non-farm payroll (i posti di lavoro creati nel settore non agricolo nel mese precedente, indice del livello di salute generale dell’economia americana), gli investitori affrontano senza bussola l’ultimo trimestre, incerti soprattutto su come trattare i mercati asiatici e su quale impatto la “probabile” manovra di fine anno potrà avere su questa area, già fortemente penalizzata dal rallentamento cinese. “L’eventuale ritardo nell’avvio del ciclo di rialzo dei tassi d’interesse statunitensi e le ulteriori attese di una possibile intensificazione in Europa e in Giappone dei programmi di quantitative easing offrono un po’ di respiro ai Paesi emergenti asiatici – è il parere di Christofer Chu, Fund manager asian equities di Union Bancaire Privée – Gli investitori però vorrebbero soprattutto vedere un prosieguo degli sforzi di promozione delle riforme strutturali, che sono alla base delle dinamiche di crescita“.
Contromisure cinesi
Infatti, sebbene i mercati emergenti si siano stabilizzati a settembre, il trimestre si è concluso con forti perdite. Nelle ultime settimane sono aumentate le preoccupazioni sulla crescita cinese a causa della diminuzione della fiducia rispetto alla capacità delle autorità di ribilanciare l’economia verso un modello guidato dai consumi, senza distruggere nel frattempo la domanda aggregata. E questo nonostante le Banche centrali asiatiche abbiano contrattaccato facendo uno sforzo per stimolare l’economia ancora prima dei dati sull’occupazione statunitense. La Cina ha dimezzato le imposte sulle auto di piccola cilindrata e ha abbassato l’ammontare dell’acconto richiesto per l’acquisto della prima casa. Il presidente della Reserve Bank of India, Raghram Rajan, ha tagliato i tassi d’interesse di 50 punti base, molto più di quanto ci si aspettasse, concentrando il maggior peso delle politiche in questa fase e facendo leva sul taglio di 75 punti base effettuato a inizio anno. Inoltre, una crescita più lenta nei Paesi dell’Asean (l’associazione delle nazioni del sud-est asiatico) ha spinto i policy maker in Indonesia, Tailandia e Malesia a lanciare nuovi stimoli e ad adottare le riforme strutturali necessarie per incoraggiare maggiori investimenti privati. “Nel complesso l’azionario del sud-est asiatico ha messo a segno performance contrastanti, con i mercati indiani che stanno andando meglio, mentre le borse dei Paesi dell’Asean hanno dovuto combattere con il deprezzamento delle valute“, spiega Chu.
Buone valutazioni in Asia
Nella settimana chiusasi il 2 ottobre, il sentiment per i mercati asiatici è diventato più solido, con l’indice Hang Seng di Hong Kong che ha guadagnato l’1,5% e il Sensex indiano l’1,4 per cento. “Restiamo ottimisti sull’azionario asiatico, poiché le valutazioni sono tornate quasi ai livelli della crisi e sembrano scontare scarsa o nessuna crescita“, spiega Chu. Che aggiunge: “In Cina, la stabilità valutaria e i tagli ai tassi di interesse dovrebbero sostenere il sentiment di mercato“. Il calo dei prezzi dell’energia secondo UBP rappresenta un altro elemento positivo per i mercati sud-asiatici (India inclusa) permettendo alle Banche centrali di mantenere una posizione accomodante. “Il sentiment però guarderà al di là delle politiche monetarie, e si concentrerà sull’implementazione dell’agenda delle riforme e delle politiche di bilancio espansive, per spingere i mercati al rialzo. Quindi, seppur un ritardo del rialzo della Fed sarebbe un aiuto per i policy maker, questi ultimi non devono dormire sugli allori“, conclude Chu.