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Maxi piano Usa, cresce il numero di chi non crede alla sua efficacia

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Dopo il sì del Senato Usa, il piano di salvataggio del sistema finanziario americano da 700 miliardi di dollari si avvia con tutta probabilità a ricevere il via libera anche dalla Camera venerdì prossimo.


L’impressione tuttavia è che l’effetto annuncio si sia già esaurito, e che tra chi ritiene il piano quantitativamente inadeguato e chi lo reputa addirittura tardivo sia cresciuto esponenzialmente il numero di quanti guardano con diffidenza all’efficacia dell’intervento.

Del coro degli scettici fanno parte due veri mostri sacri di Wall Street come il finanziere George Soros e il fund manager di origine elvetica Marc Faber, ma anche l’economista della crisi, quel Nouriel Roubini che con il suo pessimismo della prima ora non ha finora sbagliato una previsione.


L’allarme più forte viene da Faber, che solo due giorni fa ha chiarito di ritenere che un rally azionario nel caso dell’approvazione del pacchetto sarà “temporaneo e dovrebbe essere usato come opportunità per vendere”. Questo perchè “qualunque intervento per salvare il sistema finaziario americano fallirà nell’intento di evitare una recessione”, con in più, ha detto sempre Faber, una crescita degli utili che continuerà a deludere.


George Soros sostiene invece che una vera soluzione potrà venire solo con un ingresso statale nel capitale delle banche piuttosto che acquistare obbligazioni di cui non si conosce il reale valore. Soros propone poi anche un intervento di sostegno alle famiglie che non riescono a pagare le rate dei mutui, unica strada – nota – per affrontare il punto da cui ha avuto avvio la crisi: la costante caduta dei prezzi delle case. Nouriel Roubini sostiene invece la necessità della creazione di un organismo statale dedicato all’acquisto dei mutui dalle banche per poi rinegoziali con le famiglie.


Intanto cresce anche il fronte di quanti chiedono un sacrificio agli attuali azionisti delle banche, suggerendo che l’unica via percorribile per salvare le banche sia mettere un blocco al pagamento di dividendi, una mossa che secondo stime da sola potrebbe liberare nuove risorse per 400 miliardi di dollari e che avrebbe il non indifferente vantaggio di non costare nulla ai contribuenti.