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Manovra, Lacalle: “ma quale euro e austerity, problema Italia è spesa pubblica”

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Lui è Daniele Lacalle, economista e gestore dei fondi tra i più ascoltati al mondo, classe 1967. E sull’Italia non ha tanti dubbi: così come recita il titolo di un suo recente articolo, il problema dell’Italia non è l’euro, ma la spesa pubblica. E il problema è anche che, questa legge di bilancio che è stata varata dal governo M5S-Lega, implica un aumento del deficit per finanziare proprio nuovi progetti di spesa.

Lacalle parla di quello che viene considerato il “prezzo della sovranità” e si chiede e chiede:

‘Qualcuno mi ullumini su come sia possibile raggiungere la sovranità aumentando il debito e facendo salire anche le spese correnti“.

Di fatto, “tutti quelli che ritengono che aumentare gli squilibri e minacciare il default o l’uscita dall’euro siano la soluzione per un paese come l’Italia, alle prese con miliardi di debiti a scadenza e con banche zavorrate dai crediti deteriorati e da bond governativi, semplicemente, sognano”.

Governo M5S-Lega stile Alice nel paese delle meraviglie? Il messaggio dell’economista, di fatto, è questo.

Tanto che, a suo avviso, gli spettri corsa agli sportelli, controlli sui capitali e di fallimenti a catena fanno parte addirittura di un outlook conservativo. Il che significa che la realtà potrebbe essere anche peggio.

“Il più grande problema di queste proposte (contenute nella manovra) è rappresentato dal fatto che si tratta dei soliti vecchi errori che non hanno mai portato a risultati. I massicci sussidi e la spesa pubblica non sono strumenti per la crescita, ma piuttosto la ricetta per la stagnazione, e per interventi che, alla fine, sono destinati a essere più forti e più dolorosi nel lungo termine (preludendo magari a un nuovo governo Monti? si chiederebbe qualcuno in Italia).

Il punto, spiega Lacalle, è che “l’enorme peso del debito italiano non è conseguenza dell’austerity. E’ ingannevole parlare di austerity – a cui il governo M5S-Lega avrebbe deciso di dire addio – quando si considera che la spesa pubblica, nel 2017, ha inciso sul Pil per il 48,9%“. Neanche una eccezione, visto che “il rapporto tra la spesa pubblica e il Pil si è attestato in media al 49,83% dal 1990 fino al 2017“.

Lacalle parla di una “spesa pubblica monstre” che l’Italia sta riproponendo di nuovo, ora, con questa legge di bilancio, “che non è la soluzione”.

Insomma, “i problemi economici dell’Italia sono stati inflitti dall’Italia stessa, e non sono legati all’euro“.

Lacalle riassume così le caratteristiche del paese, che cerca dunque di spostare l’onere delle proprie responsabilità su fattori a esso esterni, come l’euro e l’austerity, quando i problemi da risolvere sono endogeni.

  • Dalla Seconda Guerra Mondiale, l’Italia ha avuto più governi di quanti ne abbia avuti qualsiasi altro paese dell’Unione europea.
  • Governi di tutti i tipi hanno promosso ‘campioni nazionali’ dinosauri e inefficienti e corporazioni statali a spese delle piccole e medie imprese, della competitività e della crescita.
  • Nel mercato del lavoro le rigidità sono rimaste, provocando una disoccupazione elevata e differenze tra le varie regioni.
  • Il sistema finanziario italiano è fatto di incentivi perversi, con le banche che sono state incentivate (per anni) a erogare prestiti ad aziende statali obsolete e indebitate, che stavano tra l’altro lanciandosi in acquisizioni disastrose nella speranze di costruire imperi (che poi non ci sono mai stati). I prestiti sono stati erogati anche ad aziende municipalizzate inefficienti, mentre la finanza stessa ha gonfiato le spese governative sia a livello nazionale che locale. Il risultato è che l’incidenza dei crediti deteriorati è diventata la più alta in Europa.
  • Un sistema legale da incubo, che rende praticamente impossibile riuscire a riottenere i crediti erogati che non sono stati restituiti, e che ha così fatto impennare gli NPL e gli investimenti sbagliati.
  • Infine, sia le floride esportazioni che l’ecosistema delle piccole imprese sono stati costantemente limitati dalle tasse e dalla burocrazia. Tali fattori hanno reso più piccole aziende che prosperavano, che hanno cercato così di trasferire alcune attività al di fuori dell’Italia.

Un quadro, quello di Lacalle, che non lascia presagire nulla di buono, mentre l’Italia attende due verdetti: quello della Commissione europea sulla manovra del governo M5S-Lega e quello delle agenzie di rating Moody’s e S&P, che arriveranno a fine mese.