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La magia americana rivive nel dato del Pil, ma non spegne lo spauracchio recessione

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Sorpresa. La stella polare americana torna a brillare. Il Pil degli Stati Uniti nel secondo trimestre dell’anno è salito dell’1,6%. Poco importa se la stima precedente parlava di un aumento del 2,4%. Ad ogni modo il dato è risultato migliore delle attese degli economisti, che si aspettavano fosse rivisto al +1,3%. Nel primo trimestre dell’anno la crescita del Pil Usa è stata pertanto del 3,7%.


La nuova stima sul Pil Usa diffusa oggi dal dipartimento del Commercio secondo gli addetti ai lavori conferma il rallentamento della crescita economica Oltreoceano, dopo la buona performance dei primi tre mesi dell’anno. In particolare secondo il ministero, la revisione al ribasso del Pil “riflette la revisione al rialzo delle importazioni e quella al ribasso degli stock delle imprese e delle esportazioni”.

La crescita, comunque, è stata garantita da altre componenti del Pil: punto primo sono aumentati i consumi delle famiglie del +2% rispetto al primo trimestre, che hanno giocato un importante ruolo nel dato complessivo, secondo sono tornate a crescere le spese pubbliche che hanno registrato un aumento su base annua, anche se sono rallentati rispetto al trimestre precedente, e gli investimenti delle società e delle famiglie. Terzo e ultimo è stato reso noto anche il dato sugli utili delle società Usa, saliti dello 0,1%, quando nel primo trimestre erano aumentati dell’11,4%.


Eppure è difficile ricacciare lontani le sirene di una nuova recessione. Mentre per l’economista di Harvard Martin Feldstein,  intervistato a Bloomberg Radio, esiste una possibilità su tre che gli Stati Uniti scivolino in una nuova recessione, il premio Nobel all’economia, Paul Krugman, sulle colonne del New York Times si spinge oltre.


“E’ tempo di ammettere che quella che gli Stati Uniti stanno sperimentando non è una ripresa” e che è “necessario fare qualsiasi cosa per cambiare la situazione”, ha detto Krugman, sottolineando che gli Stati Uniti hanno bisogno di un tasso di crescita di circa il 2,5% per far sì che il tasso di disoccupazione non aumenti e tassi di crescita ancora superiori per far sì che la disoccupazione scenda.


Invitando la politica e le autorità di controllo ad ammettere che quella attuale non è una ripresa e quindi a intervenire, Krugman ha infine osservato: “abbiamo già visto quali sono le conseguenze di azioni sicure” e convenzionali “e dell’attesa che la ripresa si alimenta e avvenga da sola: questo ci ha portato a qualcosa che è simile a un permanente stato di stagnazione con un’elevata disoccupazione”.