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M&A: paesi in via di sviluppo…estero (fondionline.it)

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Le economie sviluppate non sono le uniche responsabili dei flussi di investimenti che scavalcano i confini domestici. Secondo i dati diffusi dall’Unctad (United Nations Conference on Trade and Development), Hong Kong, Russia e Cina figurano stabilmente tra i primi venti paesi dai quali fuoriesce il più elevato ammontare di investimenti diretti all’estero. E il numero di multinazionali che decidono di aprire sedi nei paesi in via di sviluppo non cessa di crescere. Se nel 1990 solo 19 società create nelle economie in via di sviluppo entravano a far parte della lista annuale elaborata da Forbes, nel 2005 il numero di corporate è salito a 47.

Giovedì scorso, il consiglio di amministrazione della compagnia siderurgica anglo- olandese Corus raccomandava ai propri azionisti di accettare l’offerta d’acquisto lanciata dalla rivale indiana Tata Steel per 5.100 milioni di sterline (7.584 milioni di euro). L’Opa lanciata da Tata Steel trova spazio dopo la tormentata vicenda che ha visto protagoniste la siderurgica europea Arcelor e l’indiana Mittal Steel (operazione conclusasi lo scorso giugno per un importo di 26.900 milioni di euro, dando vita al leader mondiale del settore).

Sono solo due esempi di un trend che sta prendendo forza. Le economie più forti del gruppo dei paesi in via di sviluppo, non svolgono più il ruolo di semplici recettori degli investimenti esteri. Le ultime cifre raccolte dall’Unctad indicano che nel 2005 gli investimenti diretti esteri messi in atto da questi paesi, hanno raggiunto i 133.000 milioni di dollari (un ammontare che rappresenta il 17% dei flussi fuoriusciti dai confini nazionali in tutto il mondo).

Si stima che le economie in via di sviluppo o in transizione verso un’economia di mercato, accumulino investimenti all’estero per un totale di 1,4 trilioni di dollari (il 13% del totale mondiale).La cifra assume un’importanza ancor più rilevante se si tiene conto che nel 1990 i paesi coinvolti erano solo sei, e l’ammontare complessivo degli Ide era inferiore ai 5.000 milioni di dollari. Attualmente i paesi coinvolti dal fenomeno sono 25.

Un’altra prova della crescente importanza dei paesi in via di sviluppo sulla scena economica internazionale, è la crescita esponenziale delle multinazionali presenti nei loro territori. Nell’ultimo decennio, il numero totale di società con sede in Brasile, Cina, Hong Kong, India e Corea del Sud si è impennato da 3.000 unità a più di 13.000. La Hutchinson Whampoa, telecom company di Hong Kong, è l’unica a figurare nella classifica delle prime 25 multinazionali planetarie per volumi d’affari conseguiti fuori dai confini nazionali (occupa la posizione numero 17, preceduta e seguita rispettivamente dalle società tedesche E.ON e Siemens).

Il secondo colosso del gruppo è la società petrolifera Malaisia Petronas. Singapur Singtel, società di telecomunicazioni, occupa il terzo posto, seguita da Samsung, fabbricante coreano di materiale elettronico, China International Trust Investment Company (di proprietà del governo cinese), Cemex (cementi messicani), LG Electronics (Corea), China Ocean Shipping e Petróleos de Venezuela.

La maggior parte degli investimenti diretti esteri provenienti dalle economie in via di sviluppo è stata indirizzata al settore dei servizi ( ed in particolare ad attività legate al commercio, la finanza e i servizi correlati alle attività commerciali). Una quota rilevante del totale è stata indirizzata agli investimenti nel settore manifatturiero e, negli ultimi tempi, alla ricerca nel settore petrolifero e minerario.

Le elevate quotazioni toccate dalle materie prime negli ultimi anni, hanno contribuito a pilotare i flussi di investimenti diretti esteri verso i paesi ricchi di risorse naturali. Un caso emblematico è quello cinese: il gigante asiatico ha lanciato progetti di investimento in America Latina e Africa per assicurarsi l’approvvigionamento delle materie prime necessarie a sostenere la sua crescita economica. A cura di www.fondionline.it