Luna Rossa e New Zealand si sfidano per un posto in Coppa America

Inviato da Pablo Turini il Ven, 01/06/2007 - 11:06

Mancano ormai poche ore al colpo di cannone che darà il via alle regate finali della Louis Vuitton Cup, le regate che decreteranno lo sfidante di Alinghi nella 32^ America's Cup. Nelle acque di Valencia regateranno Luna Rossa team Prada e i Neozelandesi. Una sfida che ha il sapore della rivincita, da quando due edizioni fa Russel Coutts, allora timoniere dei Kiwi, inflisse un durissimo cappotto agli italiani in finale. Una sfida agli antipodi, quella che inizia oggi pomeriggio, da un lato l'Italia - anche se nel team Luna Rossa gli italiani ormai sono ben pochi e il timoniere non è più il napoletano De Angeli -  e dall'altro la Nuova Zelanda. Un team super sponsorizzato contro un Team-nazione, appoggiato in gran parte dal Governo neozelandese dove la vela è addirittura sport nazionale.

Per i Neozelandesi è questione di orgoglio, gli affari vengono dopo, fanno da corollario. Per Luna Rossa gli sponsor contano eccome, anche se il patron Bertarelli una rivincita di orgoglio se la prenderebbe molto volentieri. Chissà se i prossimi giorni incolleranno gli italiani davanti alla Tv, come nelle notti magiche in diretta con Auckland, come ai tempi del Moro di Venezia. Certo il pomeriggio è un orario atipico, che non agevola l'audience, ma pochi mesi fa chi avrebbe scommesso un euro sugli ascolti delle partite di rugby della nostra nazionale?

Ma chi glielo fa fare si chiedono tutti. Spendere 200 milioni di euro in quattro anni e magari tornarsene a casa con la coda tra le gambe come è successo a Larry Ellison, a capo del sindacato Bmw-Oracle. E' difficile da spiegare. Ma la Coppa America è una sorta di morbo, che nel passato ha colpito personaggi più disparati. Lo stesso motto della manifestazione non lascia adito a dubbi: "non esiste secondo". Lo sapeva bene bene Sir Lipton, proprio il fondatore della famosa società del The, che per ben cinque volte a cavalo tra '800 e '900 ha tentato invano di portarsi  a casa la brocca d'argento che riceve il vincitore. Naturalmente spendendo una fortuna.

Ecco allora magnati da tutto il mondo pronti a gettare nell'acqua un sacco di soldi, in compagnia di munifici sponsor: dalle banche alle case automobilistiche, passando per i marchi del lusso e le grandi multinazionali. Tutto per una manifestazione che negli anni si è trasformata in una immensa vetrina, un affare, un'operazione di marketing seconda solo alle olimpiadi e forse ai campionati mondiali di calcio.
Vincenzo Onorato, patron della Moby lines, e numero uno del team Capitalia-Mascalzone Latino, alla vigilia della competizione era stato molto chiaro sull'argomento: "Senza l'aiuto economico delle aziende che ci affiancano in questa avventura, la stessa Coppa America non potrebbe esistere". Una dichiarazione che lascia ben intendere che, secondo Onorato ma non solo, ormai la Coppa America costa troppo, e che i team minori faticano a stare al passo di grandi, i quali dispongono di budget che ormai toccano i 200 milioni di euro. E' esemplificativo quello che Larry Allison ha risposto a Auckland, nel 2003 in Nuova Zelanda, a un giornalista che durante la finale contro Alinghi gli chiedeva la vera entità del budget del suo team Oracle-Bmw: "Ora siamo in finale, non abbiamo alcun tetto massimo di spesa. Se ci serviranno altri soldi per vincere li avremo". Ma i soldi non gli sono bastati neppure questa volta.
A fare un affare sarà certamente l'Ac management, la società creata da Ernesto Bertarelli per gestire tutta l'organizzazione della manifestazione. Il bello, infatti, è che in Coppa America chi vince ha il diritto-onere di organizzare tutto quanto per la sfida successiva, e da qualche anno anche il privilegio di intascare una montagna di soldi. Gli analisti parlano di un fatturato previsto di circa 230-250 milioni di euro, grazie alla cessione dei vari diritti di immagine e dell'organizzazione della manifestazione in Spagna, e un utile che non dovrebbe essere inferiore ai 50 milioni di euro. Senza dimenticare che Ac managment e team Alinghi sono in pratica la stessa cosa, un particolare che alla fine dei giochi in caso di vittoria farebbe moltiplicare gli introiti del sindacato svizzero e del suo patron Bertarelli. Sarà per questo che si è venduto l'azienda di famiglia, la Serono?
(in aggiornamento)
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