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L’inflazione c’è, ecco dove si nasconde. Ma obiettivo 2% per Banche centrali non è più realistico (ANALISTA)

Nell’ultimo decennio la crescita dell’inflazione è stata costantemente inferiore al 2% praticamente in tutte le economie più avanzate del pianeta, eppure le Banche centrali…

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Nell’ultimo decennio la crescita dell’inflazione è stata costantemente inferiore al 2% praticamente in tutte le economie più avanzate del pianeta. Eppure le Banche centrali di tutti i Paesi, dalla Fed alla Bank of Japan passando per Bce e Bank of England, continuano a mantenere il proprio inflation target proprio al 2%. Perché?

C’è chi si chiede se questa cifra, scelta arbitrariamente nel lontano 1989 seguendo l’esempio della banca centrale della Nuova Zelanda, possa rappresentare ancora un obiettivo reale e raggiungibile concretamente.

 

Secondo Lukas Daalder, Chief investment officer di Robeco Investment Solutions, la risposta è no perché “in primo luogo si tratta di un numero arbitrario, che non è stato ottenuto sulla base di una ricerca accademica”.

 

Questo solleva la domanda su cosa succede se le banche centrali continuano a mirare ad un tasso d’inflazione attorno al 2%, “mentre la dinamica dell’economia odierna gli impedisce di raggiungere quel livello – ha argomentato Daalder – anche perché non bisogna dimenticare che esistono molteplici ragioni per cui la minaccia dell’inflazione (che decenni fa era a due cifre e destabilizzava intere economie) è diminuita così nettamente nell’era moderna”.

 

“Una di queste è la digitalizzazione, che ha rivoluzionato alcuni settori come i media, la fotografia e la musica, e permesso di produrre copie aggiuntive di notizie, giochi e canzoni praticamente a costo zero. Un’altra è la perdita del potere di mercato del lavoro, dopo il ridimensionamento dei sindacati, la   globalizzazione e la continua automazione di industrie precedentemente ad alta intensità di lavoro. Anche l’invecchiamento della popolazione è deflazionistica, poiché gli anziani tendono a risparmiare di più e a spendere meno. Nel frattempo, il petrolio ha perso la sua capacità di muovere i mercati, poiché altre forme di energia, come il gas di scisto e l’energia solare, hanno contribuito ad indebolire il prezzo dell’oro nero”

 

Ma allora, viene da chiedersi, tutti gli enormi sforzi messi in campo dalle Banche centrali di mezzo mondo negli ultimi anni per inondare di liquidità i mercati a cosa sono serviti?

 

Secondo Daalder la risposta è che questa inflazione si è in effetti materializzata, ma non nella sfera dei beni e dei servizi, quanto piuttosto nella realtà dei mercati finanziari. È mancato dunque il celebre meccanismo di trasmissione degli impulsi di politica monetaria. Così Daalder:

 

“Il forte rimbalzo registrato sui mercati immobiliari, il fatto che l’indice S&P 500 stia quotando ad un PE Schiller di 30,3x e rendimenti obbligazionari a livelli straordinariamente bassi (che implicano prezzi delle obbligazioni alti) possono tutti essere considerati un riflesso di prezzi degli asset finanziari inflazionati. Tuttavia, non essendo questi asset compresi nell’obiettivo d’inflazione delle banche centrali, non li consideriamo inflazionistici”

 

In questo scenario, che “costituisce il nostro scenario centrale – ha concluso Daalder – l’inflazione ritornerà dopo un certo ritardo, accompagnata da un aumento dei rendimenti obbligazionari”.