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La Libia infiamma sempre di più il prezzo del petrolio. Gheddafi ordina il sabotaggio dei pozzi

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La crisi libica infiamma sempre di più i mercati petroliferi. Il Brent sale a 108 dollari al barile, ai massimi da settembre 2008 e, se la situazione non dovesse stabilizzarsi in fretta, potrebbe mettere le ali e volare a livelli rischiosi per la ripresa economica mondiale che, come ha appena affermato il G20, procede, ma in maniera disomogenea. La Libia è un Paese centrale dal punto di vista energetico sia per il petrolio che per il gas. Si tratta, infatti, del quarto produttore africano di greggio, dietro Nigeria, Algeria e Angola, con una produzione di 1,8 milioni di barili al giorno, e sta acquisendo posizioni anche sul metano, con riserve accertate stimate dall’Opec in 1.540 miliardi di metri cubi ed esportazioni per oltre 10 miliardi di metri cubi l’anno. In caso di arresto o riduzione della produzione, quindi, il mercato mondiale, in particolare quello europeo, si troverebbe privo di importanti quantità di idrocarburi.


Se il prezzo del petrolio si mantenesse per tutto il 2011 agli attuali livelli, cioè sopra i 100 dollari al barile, si creerebbe lo stesso tipo di crisi del 2008, quando il greggio sfiorò i 150 dollari al barile, ha avvertito il direttore esecutivo dell’Agenzia internazionale per l’energia, Nobuo Tanaka, che a Ryad partecipa a un incontro tra Paesi produttori e consumatori di petrolio, preoccupati per la crisi libica. Non ha dubbi in merito il capo economista dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea), Fatih Birol. L’impennata dei prezzi del petrolio in seguito alla crisi libica farà deragliare la ripresa economica globale, ha tuonato Birol, secondo cui gli elevati prezzi del greggio potrebbero indebolire la bilancia commerciale, aumentare l’inflazione e far pressione sulle banche centrali provocando un aumento dei tassi di interesse in un momento in cui la crescita economica resta fiacca. I future sul greggio Nymex hanno toccato i massimi da due anni e mezzo in Asia spinti dal timore che i disordini in Libia possano toccare anche altri paesi produttori di greggio nell’area. Gli scontri in Libia hanno spinto almeno tre compagnie a bloccare la produzione in quello che, con il 2% dell’output mondiale, è il terzo produttore africano di greggio.

 

Il Brent del greggio ieri è aumentato di circa 2,83 dollari, raggiungendo i 108,57 dollari al barile dopo aver toccato i 108,70 dollari lunedì, il prezzo più alto dall’inizio della crisi finanziaria. Sui mercati asiatici, il greggio con con segna aprile ha guadagnato oggi ben 66 cent (+0,7%) a 96,08 dollari il barile, quotazione record da 28 mesi. A stretto giro è arrivato l’appello degli Stati Uniti all’Opec perché aumenti la produzione di petrolio nel tentativo di raffreddare la corsa dei prezzi del greggio innescata dalla crisi nordafricana. La richiesta è arrivata dal viceministro dell’Energia, Daniel Poneman, nel corso del forum internazionale dell’energia a Riyad. “Negli scorsi mesi abbiamo assistito ad una crescita costante della domanda, spinta dalla ripresa economica, – ha detto – che ha influito sulle quotazioni del greggio e ci si attende ora che tutti i paesi produttori aumentino la produzione per rispondere a questa tendenza. Penso – ha aggiunto – che i produttori abbiano ricevuto chiaramente i segnali del mercato”.

 

Ma dalla Libia soffiano forti i venti di guerra. Nel suo disegno criminale e sanguinario il colonnello Muammar Gheddafi avrebbe ordinato alle forze di sicurezza di sabotare i pozzi di petrolio e le strutture estrattive, a cominciare dall’esplosione delle condutture dirette verso il Mediterraneo. Lo segnala Robert Baer, giornalista della rivista americana Time, specializzato in questioni di intelligence. “Secondo una fonte locale – scrive Baer sul sito del Time – Gheddafi ha ordinato queste operazioni di sabotaggio allo scopo di mandare un messaggio chiaro ai rivoltosi che con le loro proteste stanno abbattendo il suo regime in tutto il Paese: o me o il caos”. Baer, che in passato è stato un ufficiale della Cia in Medio Oriente, aggiunge che secondo la sua fonte, Gheddafi può contare sulla fedeltà di solo 5.000 dei 45mila soldati di cui è formato l’esercito regolare libico. Come se non bastasse la fonte di Baer riferisce che Gheddafi ha anche ordinato la liberazione dal carcere di molti militanti islamici, nella speranza che anche loro possano contribuire a far aumentare il caos nel Paese.

 

La Libia è già in pieno caos. È di 300 morti il bilancio ufficiale delle proteste in Libia contro il colonnello Muammar Gheddafi, secondo quanto ha riferito un portavoce del ministero dell’Interno di Tripoli, precisando che nelle violenze sono morti 189 civili e 111 soldati. Si tratta del primo bilancio ufficiale del governo dall’inizio della rivolta, iniziata circa una settimana fa. Il maggior numero di vittime, stando ai numeri forniti dal governo, si è registrato a Bengasi, nell’est del paese, la città da cui è partita la rivolta contro Gheddafi che si è poi estesa a tutto il paese. Secondo il governo libico, a Bengasi sono stati uccisi 104 civili e 10 soldati. Nei giorni scorsi anche il figlio del colonnello, Seif al-Islam, aveva confermato che 300 persone, di cui 58 militari, erano morte negli scontri. Secondo alcune ong internazionali, tuttavia, le vittime sarebbero tra 300 e 400, mentre la tv ‘al-Arabiyà ha riferito di almeno 1.000 morti.