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Lemanik AM: è finita l’età dell’oro dell’obbligazionario

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Di seguito pubblichiamo un commento sul mercato obbligazionario di Francesco Castelli, gestore del Lemanik Selected Bond. Il futuro del comparto del reddito fisso è uno dei temi più caldi in questa fase, con i gestori delle diverse società di asset management che hanno visione eterogenee. Per gli stessi risparmiatori la decisione su quale fetta del proprio portafoglio allocare sul reddito fisso e su quale duration rappresentano degli elementi determinanti. Per il gestore di Lemanik l’età dell’oro del mercato obbligazionario è finita, vediamo perché.

“L’età dell’oro dell’obbligazionario è finita: la pressione ribassista è però al momento un problema del dollaro USA, in ogni caso, anche l’investitore europeo deve cominciare a preparare la migrazione, almeno parziale, dall’obbligazionario all’azionario”. E’ quanto sostiene Francesco Castelli, gestore del Lemanik Selected Bond, il quale sottolinea che, tuttavia, “restano comunque valide alcune opportunità di indubbio interesse come le valute ad alto rendimento di alcuni Paesi emergenti ed alcuni settori del credito europeo (finanziari, high yield periferici)”.

La fine del ciclo di quantitative easing viene sempre salutata da segni negativi sull’obbligazionario, infatti, spiega Castelli “guardando alle performance dei primi sei mesi dell’anno, spiccano i segni negativi su tutti gli indici obbligazionari in dollari (si salvano solo gli High Yield, fermi a zero), mentre notiamo che i governativi arretrano di 2.5%, ma ancora peggio fanno i corporate (-3.2%), gli emergenti in dollari Usa (-7%) e gli emergenti in valuta locale (-5.3%). Di solito, tuttavia, il credito sovraperforma grazie alla riduzione degli spread, ma quest’anno la sottoperformance dei corporate e degli emergenti è frutto dell’eccessiva esposizione degli investitori e della scarsa liquidità di mercato”.

Secondo Caselli, “allo stato attuale, per avere rendimenti interessanti occorrerebbe estendere pesantemente la duration, anche se una duration elevata su BTP o emergenti non incrementa il rendimento in misura sufficiente per giustificare il rischio”.

Per la bassa duration, invece, vi sono diverse alternative: “l’assunzione del rischio di credito al di sotto dell’investment grade negli USA, scelta ormai troppo cara con uno spread che mal protegge dal possibile rialzo del tasso di fallimento, oppure l’assunzione del rischio di credito in Europa, (come finanziari e high yield): qui i rendimenti vengono da un premio al rischio di cui tutti conoscono l’origine e che, oggi, è probabilmente più gestibile. Tale soluzione, nell’era Draghi, è relativamente appetibile: l’Europa è in recessione ma il rischio sistemico è oggi molto meno reale di un anno fa. Infine, si può rimanere investiti sui paesi emergenti, limitando la duration con prodotti dedicati alla parte a breve in valuta locale, dove il grosso degli utili sono stati ottenuti per effetto dell’apprezzamento delle obbligazioni, non dell’apprezzamento delle valute. Pertanto, l’attrattività di questi mercati è oggi sulla valutazione delle monete locali, non delle obbligazioni”.

Castelli, infine, rileva “come il mercato degli emergenti sia esposto a ulteriori deflussi anche se si resta convinti del valore di medio periodo e, in base a un’analisi storica, la correzione di maggio/giugno potrebbe già presentare le caratteristiche di un buon punto d’entrata. Le strategie di carry sugli emergenti presentano draw-down importanti e ricorrenti, un ribasso del 5.8% (equivalente a quello di maggio giugno), ha sempre offerto, in passato, un buon punto d’entrata, in grado di offrire soddisfazioni all’investitore anche nel breve periodo”.