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Le imprese famigliari italiane passano la mano, ma spesso è per reinvestire

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L’imprenditoria famigliare italiana non si sta spegnendo. Il 55% delle famiglie imprenditoriali che hanno ceduto per intero la propria azienda reinveste infatti in tempi rapidi in una nuova avventura imprenditoriale. E’ questo il risultato di uno studio Aidaf-Bocconi realizzato in collaborazione con JP Morgan Private Bank sulle motivazioni, le dinamiche e il ruolo degli attori coinvolti nelle cessioni delle imprese familiari con fatturato di almeno 100 milioni di euro.


Secondo lo studio quando cedono la propria attività, le medie e grandi famiglie imprenditoriali scelgono la concorrenza: nel 65% dei casi, infatti, vendono ad altre aziende quasi sempre dello stesso settore (e tre su quattro decidono per una cessione totale). Non lo fanno, però, per ritirarsi dagli affari, visto che nel giro di 6 mesi il 60% reinveste il capitale e che il 55% di chi ha ceduto tutta la propria azienda lo fa in una nuova attività imprenditoriale.

“La natura imprenditoriale di una famiglia è un patrimonio che tende a permanere nel tempo”, spiega nell’analisi Guido Corbetta, titolare della Cattedra AIdAF dell’Università Bocconi. Tra i motivi che spingono alla vendita prevalgono gli aspetti economici relativi all’offerta ricevuta e le necessità finanziarie dell’impresa. Ecco così che nel 70% dei casi l’idea della vendita nasce all’interno della famiglia, che prende coscienza della necessità di cambiare ruolo. “Gli imprenditori considerano la cessione dell’azienda uno strumento utile per la continuazione di una storia di successo – ha spiegato Riccardo Pironti, responsabile di JPMorgan Private Bank per l’Italia, Grecia, Israele e Turchia.


Dalla ricerca emerge inoltre che mentre il 65% delle aziende è stata ceduta a un’altra impresa (con una netta prevalenza della cessione totale), il 28% è stata oggetto di cessione a un private equity o di quotazione in borsa (con prevalenza, in questi casi, della cessione parziale). Si registra anche la progressiva affermazione del ruolo delle investment bank nel suggerire l’ipotesi della cessione, ruolo che diventa particolarmente evidente nel caso di cessioni parziali, dato che la vendita a società di private equity o la quotazione in borsa richiedono competenze più specifiche. Nelle cessioni totali mantengono invece un ruolo di primaria importanza figure più tradizionali, come l’avvocato o il commercialista di famiglia. In generale, comunque, maggiore sarà la dimensione dell’azienda e più probabile sarà il coinvolgimento attivo di una investment bank.
“Riguardo ai tempi dell’operazione”, ha continuato Corbetta, “emerge che nel 65% dei casi passa meno di un anno tra la formulazione dell’idea della cessione e la firma del contratto (nel 25% dei casi gli anni sono due e solo nel 10% salgono a tre). E’ dunque un evento che magari è progettato a lungo in seno alla famiglia imprenditoriale, ma che nella sua fase di realizzazione si svolge molto rapidamente”. “E’ interessante notare, inoltre, come le generazioni più giovani siano, nella maggior parte dei casi, attori di primo piano nel processo di vendita dell’azienda” aggiunge Pironti.


Altro aspetto approfondito dalla ricerca è la gestione del patrimonio dopo la cessione. Le decisioni sull’allocazione della liquidità derivante dalla cessione avviene per il 60% delle famiglie entro 6 mesi, per il 30% entro un anno e per meno del 10% entro tre anni.


La ricerca, condotta su un campione di 32 aziende italiane oggetto di cessione dal 1990 a oggi, mostra infine che a vendita conclusa i rapporti familiari sembrano migliorare. “Meglio una buona cessione concordata e ben progettata”, conclude Corbetta, “di una cattiva convivenza forzata”.