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L’America perde posti di lavoro per Harvey e Irma. ING: occhio a salari, Fed verso rialzo tassi

James Knightley, responsabile economista globale per ING, scrive che proprio la crescita dei salari dello 0,5% su base mensile – la migliore performance dal novembre del 2008 – lascia pensare …

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Nessuna crescita dell’occupazione Usa, nel mese di settembre. Tutt’altro: l’occupazione ha sofferto un calo di 33.000 posti di lavoro, scontando la devastazione provocata dal passaggio degli uragani Harvey e Irma.

Per gli Stati Uniti, si è trattato della perdita di posti di lavoro su base mensile per la prima volta in sette anni. Gli analisti avevano mostrato più ottimismo, prevedendo una crescita dell’occupazione di 75.000 unità.

Il tasso di disoccupazione è invece sceso dal 4,4% al 4,2%, al minimo dal dicembre del 2000.

I salari sono aumentati di 12 centesimi, o dello 0,5%, attestandosi in media a $26,55 all’ora: l’incremento, su base annua, è stato del 2,9%, a un tasso superiore rispetto al +2,7%, ma è probabile che anche in questo caso il dato sia stato distorto e gonfiato dalle conseguenze del passaggio degli uragani.

In media, la settimana lavorativa è rimasta invariata a 34,4 ore. La buona notizia è che il governo ha rivisto al rialzo le stime sui nuovi posti di lavoro creati ad agosto a +169.000 unità, dai 156.000 inizialmente comunicati. Rivista al ribasso, invece, l’occupazione di luglio (da +189.000 precedentemente annunciato a 138.000).

In generale, i numeri di settembre relativi all’occupazione Usa hanno interrotto una fase di crescita che è durata per ben 83 mesi consecutivi.

Tuttavia, essendo condizionato dagli uragani, è improbabile che il dato abbia ripercussioni sulle decisioni di politica monetaria della Fed.

Lo si vede anche dal trend dei tassi sui Treasuries decennali, che dopo il dato sono balzati dell’1,5% circa attestandosi al 2,39%, al record dallo scorso luglio, mentre il Dollar Index si è rafforzato ulteriormente.

Dopo quasi un’ora dalla pubblicazione del report occupazione, l’euro rimane sotto pressione nei confronti del dollaro, poco al di sotto della soglia di $1,17. Il dollaro continua a salire sullo yen a oltre JPY 113 e sulla sterlina, con il rapporto GBP-USD in flessione di mezzo punto percentuale circa a $1,3055.

Le prossime mosse della Fed non vengono messe per ora in discussione e, a dispetto di chi ritiene che i numeri possano essere distorti, James Knightley, responsabile economista globale per ING, scrive che proprio la crescita dei salari dello 0,5% su base mensile – la migliore performance dal novembre del 2008 – lascia pensare che finalmente la crescita dell’occupazione stia facendo sentire i suoi effetti sulle pressioni inflazionistiche.

Knightley è fiducioso:

“L’occupazione tornerà a rimbalzare in modo sostenuto visto che, in base ai dati statistici sul lavoro, sono state circa 1,47 milioni le persone che non sono riuscite a recarsi al lavoro a causa dei disagi provocati dagli uragani. In più, gli indicatori relativi alla domanda di lavoro rimangono solidi, come emerge da altri report. Il quadro complessivo del mercato del lavoro non fa altro che rafforzare le ragioni che supportano tassi di interesse (Usa) più alti. Sappiamo già che l’outlook della crescita è solido – come messo in evidenza dagli indici Ism manifatturiero e dei servizi, che hanno testato rispettivamente il record in 13 e 12 anni questa settimana – e che l’inflazione sta tornando verso il target, con l’indice dei prezzi al consumo, in calendario la prossima settimana, atteso in crescita al tasso del 2,1%, e la componente core in rialzo dell’1,8% su base annua”.

Ancora, l’economista scrive nella nota che:

“i fattori che avallano tassi di interesse più alti sono rafforzati anche dalle dichiarazioni del presidente della Fed Yellen, che sottolinea che ‘una politica monetaria accomodante persistente” potrebbe produrre “implicazioni avverse per la stabilità finanziaria”, e che lancia anche un avvertimento sulle valutazioni degli asset ‘in qualche modo elevate’. Le condizioni finanziarie che rimangono relativamente accomodanti – una curva dei rendimenti piatta e un dollaro debole – sono state citate da altri funzionari della Fed come elementi che potrebbero giustificare un intervento (sui tassi). Sembra dunque che il principale rischio al nostro outlook di una stretta monetaria a dicembre sia politico e rappresentato da uno shutdown del governo che abbia conseguenze sui mercati e sull’economia. Noi comunque speriamo che tale situazione venga evitata, lasciando la strada aperta ad altre due strette sui tassi nel 2018″.