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Katrina mette alle corde gli Usa

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Il mercato si aspetta una moderazione del rialzo dei tassi, più inflazione, un dollaro più debole e un aumento degli squilibri nell’economia della prima potenza industriale del pianeta. Un gigantesco uragano rade al suolo New Orleans, provoca la chiusura del più importante porto Usa (dal quale esce il 15% delle esportazioni del paese), e paralizza nove raffinerie che producono il 20% della benzina consumata dalla prima economia del mondo. Novecento pozzi di petrolio chiudono, e due dozzine di piattaforme petrolifere affondano, si incagliano o vanno alla deriva. I danni non si concentrano nelle sole perdite economiche causate dal fenomeno perché, come suole accadere in queste occasioni, sono i più poveri a farne le spese. Il reddito pro- capite dei tre Stati coinvolti – Louisiana, Mississippi e Alabama – è del 14%- 30% più basso della media degli Usa, e la loro economia supporta solo il 3% del Pil del paese. Dal punto di vista economico, il problema risiede nel collo di bottiglia del mercato energetico e nel collasso del commercio interno. Katrina ha lasciato gli Usa senza il 20% della benzina consumata quotidianamente, e questo si traduce in prezzi più elevati e crescita delle probabilità di sperimentare un ritocco del tasso di inflazione. L’anelasticità della domanda di benzina ha convinto Merrill Lynch e Abn Amro a stimare un aumento dell’1% dell’IPC. Per finanziare questa spesa addizionale, è molto probabile che le famiglie Usa ricorrano alla strategia abitualmente perseguita: l’indebitamento. La tendenza all’indebitamento potrebbe trovare un ulteriore incoraggiamento nell’eventuale frenata della politica monetaria restrittiva praticata dalla Federal Reserve. Nelle ultime settimane, il mercato obbligazionario Usa sta scommettendo su questa ipotesi. I future sui tassi di interesse stanno scontando un costo del denaro del 3,75% per i primi mesi del 2006 ( prima di Katrina le aspettative includevano un 4,25%). In altre parole, si passerebbe dagli attesi tre rialzi dei tassi a solo un ritocco da parte di Greenspan. Un’attività economica meno intensa, tassi di interesse più contenuti, più inflazione e un ulteriore aumento del deficit commerciale implicano un dollaro debole. Il mercato delle divise ha già scontato questa ipotesi, con un dollaro tornato ai livelli minimi degli ultimi tre mesi. In tale contesto, le imprese operanti nel settore delle costruzioni appaiono le uniche avvantaggiate dalle opportunità di lavoro causate da danni che ammontano a 100.000 milioni di dollari. L’altra grande questione riguarda la traslazione degli effetti del rialzo dei prezzi dei carburanti sul resto dell’economia. Dal 2001, l’impennata dei prezzi dei carburanti è dovuta alla crescita della domanda (soprattutto cinese). L’uragano ha portato un nuovo fattore di rischio: il calo dell’offerta. E storicamente le crisi energetiche derivanti dalla caduta dell’offerta sono state molto più dannose. La chiave del problema è data dal tempo necessario a riattivare la produzione nelle aree colpite da Katrina. Alla paura per gli effetti derivanti dagli elevati prezzi dei combustibili, si somma quella legata ai rialzi dei beni alimentari. Il porto della South Louisiana – il più grande degli Usa con un traffico annuo di 180 milioni di tonnellate- è chiuso. Da questo porto non esce solo petrolio, ma vengono esportati i cereali del Middle East diretti verso tutte le aree del pianeta. A cura di www.fondionline.it