JP Morgan, AD Jamie Dimon lancia l’allarme: il grafico choc

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Le sue lettere agli investitori sono state nella maggior parte dei casi autentici inni all’ottimismo sulle condizioni economiche degli Stati Uniti. Invece, in questa sua ultima lettera, di ben 45 pagine, Jamie Dimon, numero uno del colosso bancario americano JP Morgan, afferma che “c’è qualcosa che non va” negli Usa. Non solo: Dimon lancia un allarme, facendo riferimento al trend di un parametro economico chiave, illustrato dal seguente grafico. 
Forte calo per la partecipazione alla forza lavoro di questa categoria

Il grafico mette in evidenza la performance, negli ultimi anni, della partecipazione alla forza lavoro negli Stati Uniti da parte degli uomini di età compresa tra i 25 e i 54 anni, rapportata a quella individuata in altri paesi membri dell’Ocse.

JP Morgan, di fatto, parte da un indicatore – quello generale relativo alla partecipazione alla forza lavoro – e lo studia in modo approfondito individuando una categoria precisa, che definisce per età e sesso dei partecipanti.

Il risultato è inquietante: se la partecipazione alla forza lavoro complessiva è scesa in Usa dal 66% al 63% tra il 2008 e oggi, quella degli uomini nella fascia di età 25-54 anni è scivolata dal 96% del 1968 a poco più dell’88% di oggi.

Si tratta di un livello tra i più bassi di tutte quelle economie che possono definirsi avanzate.

Si tratta di un problema rilevante in quanto, se il tasso di partecipazione alla forza lavoro da parte di questa categoria risalisse anche solo al 93% – che è il livello medio attuale delle altre economie avanzate – il risultato sarebbe che ci sarebbero, approssimativamente, 10 milioni di persone in più che lavorerebbero negli Stati Uniti.

Tra gli altri elementi inquietanti: il 57% di questi uomini che non lavorano ha una qualche forma di disabilità, mentre il 71% dei giovani di età compresa tra 17 e 24 anni non ha i requisiti per essere reclutato nell’esercito, sia perchè privo di una istruzione  base (non sa nè leggere né scrivere), sia per motivi di salute (spesso obesità o diabete).

Di seguito alcuni estratti della lettera annuale di Dimon agli azionisti. Da segnalare che JP Morgan è la banca numero uno in Usa per asset.

Il dirigente ha affermato che gli Stati Uniti sono “un paese eccezionale”, ma ha al contempo presentato diversi ambiti in cui deve ancora migliorare. Tra questi, la bassa crescita dei salari, i costi elevati di accesso alla sanità e il sovraffollamento nelle prigioni. Ancora: le aziende sono alle prese con una regolamentazione eccessiva, le infrastrutture devono essere rilanciate, e il sistema dell’istruzione “sta lasciando indietro troppe persone”. Per non parlare poi delle tasse che rendono le aziende americane meno competitive a livello globale e dell’ampliamento della disparità tra i redditi.

Sulla questione della regolamentazione eccessiva, Dimon parla di un contesto “che è inutilmente complesso, costoso e che a volte genera confusione”. Tiene a precisare che il suo desiderio non è quello di vedere eliminata del tutto la legge Dodd-Frank ma, piuttosto, di tornare a lavorare su “quelle norme e regole che non funzionano bene o che sono non necessarie”.

Il ceo invoca inoltre “standard sui capitali che siano coerenti, trasparenti, semplificati e basati maggiormente sul rischio”, sottolineando che è chiaro che le banche hanno troppo capitale e che, di conseguenza, una quantità maggiore di tali risorse dovrebbe essere canalizzata al fine di finanziare l’economia. Un’economia, quella Usa, il cui tasso di crescita non lo soddisfa a pieno.

“E’ un decennio o due, che la nostra economia cresce più lentamente rispetto a quanto abbia fatto nei 50 anni precedenti. Dal 1948 al 2000, il Pil pro-capite registrò una crescita su base reale del 2,3%; nel periodo compreso tra il 2000 e il 2016, è salito dell’1%. Se fosse cresciuto in quei 17 anni del 2,3% invece dell’1%, il nostro Pil pro-capite sarebbe il 24% in più, o più alto di $12.500 per persona”.

Inoltre:

“La crescita più ridotta della nostra nazione è stata accompagnata da – e questa potrebbe essere una delle ragioni (della minore crescita) – redditi delle famiglie reali e calcolati su base mediana che nel 2015 si sono confermati inferiori del 2,5% rispetto al livello del 1999. In più, la percentuale delle famiglie che rientrano nella definizione di classe media si è contratta nel corso del tempo. Nel 1971, il 61% delle famiglie veniva considerato di classe media, ma questa percentuale è stata soltanto del 50% nel 2015“.  Nel caso delle famiglie che si trovano sul fondo della classifica dei redditi, le cose sono “andate probabilmente peggio. Per questo gruppo, i redditi su base reale sono scesi di oltre l’8% tra il 1999 e il 2015. Nel 1984, il 60% delle famiglie era in grado di acquistare una casa a prezzi modesti. Entro il 2009, quella percentuale era scesa al 50% circa“. 

Dimon denuncia ancora:

la pressione fiscale sulle aziende americane è la più alta tra i paesi avanzati. La maggior parte di altre economie avanzate ha ridotto le tasse in modo notevole nel corso degli ultimi dieci anni. Questo fattore sta provocando un danno considerevole. Le società Usa hanno infatti convenienza a investire il proprio capitale all’estero, dove possono beneficiare di ritorni più alti proprio a causa delle tasse più basse. Inoltre, le aziende straniere sono avvantaggiate quando acquistano società Usa, in quanto possono ridurre il carico fiscale complessivo della società combinata (risultante dalla fusione). Per questo motivo, le società Usa continuano a fare investimenti notevoli, all’estero, in capitale umano, così come nella costruzione di impianti, fabbriche, nei progetti di ricerca e sviluppo e nelle acquisizioni. Come se non bastasse, le stesse detengono più di $2 trilioni di cash all’estero, al fine di evitare tasse aggiuntive. L’unica domanda è quanti danni ancora subiremo prima che si trovi una soluzione. Ridurre le tasse corporate incentiverebbe gli investimenti delle aziende e la creazione di nuovi posti di lavoro”.