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Jens Weidmann conferma la natura di falco tedesco. E ammette: “più facile lavorare con Merkel che con Draghi”

“La Bce è certamente una istituzione che funziona bene. Ma questo non significa che debba assumere il ruolo…dei governi”. E il riferimento è ovviamente al programma di Quantitative easing che …

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I suoi attacchi contro Mario Draghi sono stati spesso frontali: che continui a essere contrario al Quantitative easing e ne invochi da tempo la fine, d’altronde, è chiaro a tutti. Così come è chiaro che il vero falco della Bce sia lui: Jens Weidmann, presidente della Bundesbank e membro del Consiglio direttivo della Banca centrale europea. Jens Weidmann, che al termine della scadenza del mandato di Draghi dell’ottobre del 2019, potrebbe prendere il suo posto.

La corsa alla successione, sebbene manchi più di un anno, è già iniziata, così come sono iniziate le scommesse che vedono il falco tedesco già seduto sullo scranno della presidenza dell’Eurotower.

Lui non si espone più di tanto e, nel corso di un’intervista pubblicata oggi sul Financial Times, afferma piuttosto come sia assurdo che si dibatta sulla nazionalità del candidato più probabile a prendere il posto di Draghi:

“Questa discussione sulla nazionalità del candidato (ad assumere la presidenza della Bce) è completamente assurda. Intendo dire, vi sareste mai domandati se questa istituzione (la Bce) fosse giusta per un italiano?”.

Eppure il quotidiano britannico sottolinea come proprio la sua nazionalità giochi a suo favore: “E perchè è tedesco il motivo per cui viene considerato il favorito alla presidenza della Bce. Sebbene si siano fatti i nomi di altri, come quello del governatore della Banca di Francia Francois Villeroy de Galhau e del responsabile della banca olandese Klass Knot, come candidati a prendere il posto di Draghi, nessuno è stato menzionato così spesso come il numero uno della Bundesbank”.

E, continua l’FT, “dopo un presidente olandese, francese e italiano, molti ritengono che sia arrivato il momento di un tedesco alla guida della Bce. La nomina del ministro dell’economia spagnolo Luis de Guindos alla carica di vice presidente ha anche aumentato apparentemente le chances di Weidmann: nominare un vice di un paese del sud Europa spiana la strada a un candidato nordeuropeo che si aggiudichi il primo premio”.

L’interrogativo è se Berlino sia disposta a pagare il prezzo per aggiudicarsi la presidenza dell’istituzione finanziaria più importante in Europa, ovvero accettare una maggiore unione monetaria. In realtà, Weidmann ribatte all’FT che anche questo dibattito è, a suo avviso, assurdo e ricorda a tal proposito la presidenza di Jean-Claude Trichet, negli anni compresi tra il 2003 e il 2011:

“Abbiamo avuto un presidente della Bce francese, e cosa hanno chiesto i tedeschi ai francesi, in cambio?”.

In realtà, molti sono concordi nel ritenere che una cosa i tedeschi la chiesero a quei tempi: ovvero che la sede della Banca centrale europea fosse a Francoforte e che l’istituto fosse a immagine e somiglianza della Bundesdbank. Ma il falco tedesco rifiuta di credere che questa sia stata una concessione da parte della Francia:

“Venne raggiunto un accordo secondo cui una banca centrale indipendente, orientata alla stabilità, fosse la cosa migliore: e tutti furono d’accordo“.

Nell’intervista, Weidmann cerca di smontare l’immagine del funzionario tedesco rigido che molti gli attribuiscono:

“In alcuni dibattiti, posso avere un’opinione diversa, ma non accade mai che ci sia alla fine da una parte un outsider e dall’altra il resto”, sottolinea.

Eppure l’FT ricorda come, quando del settembre del 2012 Draghi confermò che soltanto un membro del Consiglio direttivo si era opposto alla sua promessa di fare il possibile per salvare l’Eurozona – espressa nella famosa frase ‘whatever it takes’, in diversi dissero che l’outsider era stato proprio Weidmann.

I suoi attacchi contro Draghi non sono mancati, tanto che anche i funzionari a lui più vicini credono che sia stato un errore attaccare in maniera tanto plateale l’attuale presidente della Bce.

Weidmann usa ora toni più concilianti, pur ammettendo che, dal suo punto di vista, “in un certo senso, è più facile lavorare con Merkel (che non con Draghi)“.

Da segnalare che Weidmann è stato responsabile della divisione di economia e di finanza della cancelleria tedesca, prima di diventare numero uno della Bundesbank, nel 2011.

“Andavo piuttosto d’accordo con lei, visto che ha un approccio molto analitico. Alla fine è lei che doveva prendere le decisioni, ma fino a quel momento era possibile avere davvero un buon confronto…se fosse stato diversamente, non sarei rimasto per sei anni”, sottolinea, aggiungendo che è comunque “facile conversare anche con Mario (Draghi). E’ un uomo di grande cultura, si può parlare di diverse cose con lui”.

Detto questo, “la Bce è certamente una istituzione che funziona bene. Ma questo non significa che debba assumere il ruolo…dei governi”. E il riferimento è ovviamente al programma di Quantitative easing varato dalla Bce per mettere in sicurezza l’Eurozona e salvarla dalla crisi dei debiti sovrani.

Intanto la possibilità che Weidmann sostituisca Draghi alla fine del prossimo anno calma gli animi dei falchi e preoccupa molto le colombe.

Basti pensare alla frase con cui, nel 2012, il banchiere citò il Faust, capolavoro di Goethe, per avvertire sui pericoli potenziali di una politica monetaria incentrata sull’erogazione di finanziamenti agli stati e che finisca con l’innescare una spirale inflazionistica. (Nella tragedia, Mefistofele convince l’imperatore del Sacro Romano Impero fortemente indebitato di stampare moneta per rilanciare l’economia. Ma è vero anche che nella tragedia non ci sono riferimenti all’inflazione).

D’altronde, l’inflazione per la Germania è una ossessione. E Weidmann è a capo della istituzione più rispettata della Germania. Così come disse l’ex responsabile della Commissione europea Jacques Delors disse, “non tutti i tedeschi credono in Dio, ma tutti credono nella Bundesbank”.

Nel ricordare ciò il quotidiano britannico aggiunge anche che la posizione di Weidmann, alla fine, è in linea con quello della Germania: una “nazione che vede il debito come un peccato”. Tanto che la parola “schuld”, debito, significa anche “colpa”.