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Jc & Associati: “La gara Alitalia ha perso forse il consorzio più credibile”

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Sentieri difficili e contorti per la privatizzazione di Alitalia, tra scioperi bianchi e incertezze nello svolgimento della gara. E capita che in questi sentieri qualcuno si perda. Se poi a perdersi è uno dei più quotati tra i possibili acquirenti della disastrata compagnia di bandiera italiana c’è poco da stare allegri. Lo sanno molto bene i cuori coraggiosi che investono sul titolo a Piazza Affari e che hanno potuto saggiare, nella seduta di mezza ottava, i minimi dell’anno a 0,82 euro per azione dopo un crollo di oltre il 12% da metà mese, accentuato dal ritiro della cordata formata da Texas Pacific Group (Tpg), Matlin Patterson e Mediobanca.


“Esaminata la procedura – rendeva noto il comunicato diffuso dal consorzio – la cordata ritiene di non essere nelle condizioni di poter ottemperare puntualmente a quanto da essa prescritto”. Più che di impossibilità della cordata però, sembrano essere stati altri i motivi che hanno spinto verso la decisione di ritirarsi. In particolare gli stringenti requisiti di italianità e accordi sindacali richiesti dal ministero del Tesoro nonché le difficoltà a disfarsi completamente della quota detenuta nell’aerolinea. Troppi paletti per una compagnia che ha bisogno di una cura da cavallo e di un turnaround deciso. Proprio le cose sulle quali il fondo Tpg ha dimostrato grandi capacità.

Il governo ha fatto spallucce, a differenza del mercato. “Le gare sono fatte così. A un certo punto qualcuno molla e qualcuno resta” ha commentato il ministro per lo Sviluppo Economico Pierluigi Bersani. “La gara va avanti, segue i suoi tempi secondo le procedure” ha rassicurato il premier Romano Prodi mentre il ministro dei Trasporti Bianchi è preoccupato solo dal rischio di non avere infine nessuno con un buon piano industriale per la compagnia.
Evidentemente le due cordate che non hanno abbandonato la gara, Aeroflot-Unicredit e Airone-Intesa Sanpaolo, danno sufficienti garanzie sia dal punto di vista finanziario, sia da quello industriale, sia infine sotto l’aspetto dei desiderata del governo che, deluso dalle offerte inferiori alle quotazioni di mercato avanzate dalle tre cordate, starebbe secondo alcune indiscrezioni facendo pressioni perché il prezzo d’acquisto venga alzato. “Se tale indiscrezione dovesse trovare conferma si avrebbe uno spostamento di risorse dal’attività industriale a favore degli attuali azionisti della compagnia (tra i quali il Tesoro ndr.) e un conseguente peggioramento delle prospettive future per Alitalia” fa notare un report elaborato dal team di analisti di mercato di Jc & Associati. “Meno risorse vengono utilizzate per pagare il venditore, più ne rimangono per finanziare il rilancio industriale e garantire, tra l’altro, la solvibilità di Alitalia di qui al 2010 quando scadrà l’obbligazione convertibile (IT0003331888)”.


Una questione non secondaria quest’ultima. “La rinuncia all’obbligo di riacquisto dell’obbligazione da parte di chi dovesse vincere la gara per Alitalia, priverebbe gli obbligazionisti di una veloce e sicura opportunità di rimborso alla pari”. Certo, è la conclusione del report, le cordate ancora  in gara, con due istituti finanziari di primaria importanza come Unicredit e Intesa Sanpaolo, non lasceranno certo che il loro nome venga legato a un grave default, ma “i recenti sviluppi impongono di aumentare in misura significativa la soglia di attenzione”.