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Italia, non basta il cambio del Premier. Serve un haircut del 50%

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Che l’Italia sia sotto l’occhio del ciclone nelle ultime settimane è evidente ai più, sia dal punto di vista del mercato obbligazionario con i rendimenti dei Btp decennali che continuano a veleggiare in prossimità del 7% sia dal punto di vista dei listini azionari con il Ftse Mib proiettato versoi minimi di settembre. Tuttavia è interessante notare come i bond italiani abbiano sovraperformato quelli francesi, austriaci e belgi. “Gli investitori hanno anticipato ulteriori downgrade nei confronti di queste nazioni”, commenta a riguardo Stuart Thomson, Capo Economista di Ignis Asset Management, evidenziando come questo in particolare valga per “Austria e Francia che sembrano in procinto di perdere la loro Tripla A”.

La nomina a Presidente del Consiglio di Mario Monti ha indubbiamente contribuito ad allentare la già pesanti tensioni, tuttavia a questo punto è cruciale l’attuazione da parte dell’esecutivo dell’ex commissario europeo di una “radicale riforma strutturale”. Anche perché nell’ultimo decennio l’Italia ha perso molto in competitività. Oltre all’invecchiamento della popolazione, Thomson nota come “il potenziale produttivo dell’economia italiana è oggi pari a zero, essendo rallentato da una media dell’1.0% negli anni Novanta a una media dello 0.6% nel primo decennio del 2000”.

Se è abbastanza diffusa la convinzione tra gli analisti che le necessarie misure di austerità fiscale volte a puntellare i conti del Paese porteranno a una forte contrazione della crescita del PIL reale, più preoccupante è la convinzione di Thomson secondo cui “la combinazione tra declino dell’attività produttiva, crescita della disoccupazione e alti tassi di interesse lascerà l’Italia in una spirale del debito che il surplus del bilancio primario non sarà in grado di compensare”.

Proprio il debito sovrano e la sua sostenibilità sono un punto cruciale per le sorti del Bel Paese. Una delle possibili vie di uscita può essere rappresentata dalla svalutazione. “L’Italia può ricorrere alla svalutazione rimanendo nell’Euro oppure uscendone” sostiene il capo economista di Ignis. Le due alternative indicate dalla società di asset management fondata nel 1899 è quella di un haircut del 50% del debito volto a riportare il rapporto Debito/PIL a un più sostenibile 60%. “Il costo di un haircut del 50% sarebbe proibitivo in un’unica soluzione e dovrebbe essere spalmato su una serie di svalutazioni minori in quella che potremmo definire una serie di esplosioni controllate” annota a riguardo Thomson.

L’alternativa potrebbe essere quella di abbandonare la moneta unica, “ma questo equivarrebbe al lancio di una bomba atomica che finirebbe per causare il caos finanziario con fallimenti diffusi a livello finanziario, privato e aziendale” ammonisce l’economista secondo cui vi sarebbe un’alternativa ai due precedenti scenari, ossia l’annuncio da parte della Bce di un “quantitative easing illimitato”. Si tratta tuttavia di un’evenienza di difficile attuazione poiché l’istituto guidato da Mario Draghi non ne ha né il mandato né l’immaginazione per procedere con un QE senza limiti.

“La Bce ha giocato il ruolo del prestatore di liquidità negli ultimi tre anni fornendo finanziamenti illimitati alle banche tramite pronti contro termine ma nella pratica l’Eurotower non può agire come prestatore di ultima istanza perché non c’è alcun governo a cui prestare il denaro”, incalza l’esperto che in quest’ottica sottolinea come la Germania stia cercando di correggere questa anomalia, “nella speranza di creare regole per una governance economica più ampia”. Cambiamenti tuttavia difficilmente applicabili nel breve termine se si considera che andrebbero prima approvati attraverso un referendum in Germania, Olanda, Finlandia, Slovacchia, Irlanda e Austria. I nove anni impegnati per approvare le modifiche al Trattato di Lisbona sono emblematici.

“Parallelamente la Bce dovrà continuare a espandere il suo bilancio per compensare la contrazione dei bilanci pubblici, privati, aziendali e degli istituti finanziari” asserisce l’economista di Ignis secondo cui “la questione cruciale è se riuscirà nell’intento di contrastare tale contrazione oppure no”. Anche perché il debito pubblico, privato e corporate in Europa supera il 300% del Pil e la leva bancaria è pari al 400% del Pil.

Probabilmente la Banca centrale europea seguirà la strada già battuta dalla Banca del Giappone, con un QE insufficiente a generare nuova crescita ma “questo causerà una recessione nell’Europa Occidentale che, a sua volta, causerà la recessione nell’Europa dell’Est, portando al declassamento del debito austriaco” ritiene Thomson per cui quello descritto sarebbe uno scenario in grado di “portare a una condivisione più equa degli oneri tra creditori e debitori”.

Ufficio Studi Brown Editore