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Italia, il futuro non è da ultima della classe

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L’attenzione degli investitori mondiali è indubbiamente catalizzata in questi giorni dalle vicende spagnole, con Madrid che dopo aver sostenuto il proprio sistema bancario grazie all’aiuto ricevuto dagli altri Paesi dell’Eurozona ha ora da affrontare le sfide poste in essere dal dissesto finanziario di alcune delle proprie regioni. Nell’ultima settimana hanno chiesto l’intervento del Governo centrale la comunità valenciana, quella della Catalogna e di Murcia.

Questa volta una mancata risposta tempestiva e, dopo oltre due anni di indecisione, definitiva rischia di causare un effetto contagio anche per gli altri Paesi dell’Unione. Osservata speciale in tal senso è l’Italia, con Roma che rischia di veder vanificati tutti gli sforzi compiuti negli ultimi mesi in caso di un ulteriore allargamento dello spread.

Vi è tuttavia un’altra nazione che inizia a essere messa sotto osservazione da parte degli investitori. Si tratta della Francia. Dopo la corposa discesa maturata a cavallo tra il 28 giugno e il 17 luglio, movimento favorito dall’ideazione dello scudo antispread da parte e a favore dei Paesi membri dell’Eurozona, il CDS sulla Francia è nuovamente tornato a risalire. Nel giro di meno di 10 giorni si è così passati dal minimo di periodo del 17 luglio a 159,45 punti al top del 24 luglio a 185,47 punti. Lo scorso 28 giugno il costo per assicurare il debito transalpino era prezzato 198,6 punti.

“L’andamento dei CDS francesi confermano come Parigi continui a essere l’attuale indicatore dello stato di salute dei mercati europei”, sostiene a riguardo Albert Edwards, analista di Societe Generale, aggiungendo come “questo indicatore rappresenta un modo economico per avere una visione più ampia sulle turbolenze che aleggiano sull’euro”.

Quello che molti investitori si stanno chiedendo in questi mesi è se convenga ancora impiegare i propri risparmi sui titoli del debito sovrano dei Paesi del Vecchio Continente. Da una parte vi sono i famigerati Piigs che a fronte di rendimenti particolarmente elevati celano, nemmeno troppo, dei rischi di non secondaria importanza, dall’altra vi sono titoli di Stato, come quelli tedeschi, che fanno pagare la “sicurezza” del proprio debito offrendo tassi di interesse che a seconda delle varie scadenze scivolano addirittura in territorio negativo. Se espressi in termini reali, quindi al netto dell’inflazione, la resa è negativa su tutti gli orizzonti temporali della curva.

A dispetto delle diverse cassandre che da mesi parlano di insostenibilità del debito italiano, Edwards nel proprio studio evidenzia come “in contrasto con la mia negatività rispetto ad altre asset class o Paesi, rimango ottimista sull’Italia”.

Cosa spinge l’economista verso questa vision? Le ultime proiezioni della Banca dei Regolamenti Internazionali, che “mostrano come anche senza prendere in considerazione lo scenario migliore, l’Italia ha una buona possibilità di ottenere le cose sotto controllo”. Il giudizio di Edwards si basa anche sulla constatazione che Paesi come la Francia, ma anche Stati Uniti piuttosto che Regno Unito, “non hanno avuto la possibilità di tenere sotto strettissima osservazione la loro bomba ad orologeria chiamata debito”.

“Secondo la mia convinzione personale stiamo semplicemente vedendo un dolce anticipo di quello che accadrà con l’uragano QE, da emanare per salvare i governi a rischio bancarotta”, mette in guardia l’esperto che a favore dell’Italia porta anche le proiezioni dello scorso anno della Banca dei Regolamenti Internazionali circa l’evoluzione del rapporto debito pubblico/Pil per i diversi Paesi dell’Eurozona da qui al 2040.

“Ho una visione più favorevole per il debito italiano che di quello francese perché se guardo le proiezioni della Bri noto come l’outlook sul debito transalpino sia notevolmente simile a quello greco, con il rapporto debito/Pil che nello scenario base dovrebbe arrivare a superare i 400 punti percentuali nel 2040 rispetto ai poco più di 250 punti di quello italiano”.