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Italia, il fatturato tessile riprende a salire nel 2006

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In Fieramilanocity, nel capoluogo lombardo, è appena sbarcata la quarta edizione di Milano Unica, il Salone italiano del tessile, partito il 13 febbraio e destinato a chiudersi il 16. Proprio ieri, in occasione della presentazione della manifestazione, il presidente di Milano Unica, Paolo Zegna, ha esposto al vicepresidente del Consiglio e ministro per i Beni Culturali, Francesco Rutelli, nonché ai rappresentanti istituzionali presenti, il primo dato positivo nel fatturato del settore, che ha fatto segnare una crescita dell’1,4% dopo un quinquennio. “La tessitura italiana – ha commentato Zegna – presente a Milano Unica con i prodotti lanieri, cotonieri, linieri, serici ed a maglia, sta di nuovo fornendo un contributo fondamentale al recupero in atto nella filiera tessile-moda ‘made in Italy’. Nel 2006 il turnover complessivo della tessitura è stimato nuovamente sopra la soglia dei 9 miliardi di euro, un valore pari ad oltre il 17% del fatturato annuale dell’intera filiera tessile-moda italiana. Il contributo relativo della tessitura, dove operano imprese fortemente export-oriented, è però ancora più rilevante se guardiamo al commercio estero: nei primi dieci mesi del 2006, la tessitura italiana ha infatti generato il 38% del surplus del tessile-moda e il 10% di quello complessivo dell’industria manifatturiera italiana”.


Le rilevazioni del centro studi Smi-Ati evidenziano, dopo un inizio 2006 ancora problematico, un progressivo recupero dell’attività settoriale che consente di stimare a +1,4% la crescita annua del fatturato nel 2006. Sul fronte dell’export, si registra un balzo nelle esportazioni verso l’area asiatica (+ 4,8%), che ha assorbito il 17,3% delle vendite estere totali di tessuti made in Italy. Il ruolo della Cina, in particolare, si è nuovamente accresciuto: nonostante l’euro forte, infatti, anche nel 2006 l’export italiano di tessuti diretto in Cina (Hong Kong inclusa) è aumentato significativamente (+7%), tanto che l’ex Celeste impero è diventato il terzo maggior mercato di sbocco per la produzione italiana, dopo Germania e Francia. Lo scorso anno, inoltre, buone nuove sono giunte anche dalla domanda europea (+0,7% l’export diretto verso l’Unione Europea). La ritrovata dinamicità delle esportazioni dovrebbe aver consentito di mantenere ancora abbondantemente sopra la soglia dei 4 miliardi di euro l’avanzo commerciale settoriale, nonostante l’accelerazione dell’import (+8% nel 2006), con la Cina a giocare il ruolo più rilevante (nei primi dieci mesi del 2006, i flussi in arrivo dal colosso asiatico sono aumentati del 10% circa e hanno rappresentato il 19% del totale).

I risultati ottenuti sui mercati esteri dalle aziende italiane di tessitura assumono un significato ancora più rilevante se comparati con quelli ottenuti dai principali paesi grandi produttori di tessile negli ultimi anni. Dal lato dell’offerta, infatti, il mercato internazionale si è radicalmente modificato in seguito all’ingresso della Cina che, lo scorso anno, ha controllato oltre 1/3 dell’export mondiale di tessuti (mentre nel 2001 tale quota non superava il 19,5%). Nella ridefinizione della geografia dei mercati all’export, hanno sofferto quasi tutti i produttori mondiali, sia nei Paesi emergenti sia in ambito Ocse. Fra i primi segnaliamo la flessione di quota di mercato che ha interessato l’Indonesia e l’India, mentre in ambito Ocse si evidenziano cali di significativi di quota sia per la Germania (dal 6,7% del 2001 al 5,4% attuale) sia per la Francia (dal 4,9% al 3,3%).


In questo quadro, emerge con sufficiente chiarezza l’eccezione rappresentata dal made in Italy: i produttori italiani sono stati gli unici (almeno all’interno del ranking dei dieci maggiori esportatori mondiali) ad avere mantenuto mediamente in crescita le proprie vendite estere. Fra il 2001 ed il 2006, infatti, l’export medio annuale dell’Italia è aumentato del 2,4% (in dollari), riuscendo a mantenere costantemente al di sopra del 10% la propria quota di mercato (che è passata dal 10,6% del 2001 all’attuale 10,2%). Secondo il centro studi Smi-Ati si tratta di un “chiaro segnale dei solidi vantaggi competitivi che caratterizzano le produzioni italiane nelle fasce alte e altissime”.