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Islanda, il paese dove dopo la grave crisi saranno le banche a salvare lo Stato

Per un paese che è stato l’unico a mandare dietro le sbarre i banchieri considerati responsabili della sua enorme crisi – fino a 29 persone in manette- la proposta…

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In Islanda, saranno le banche ad aiutare lo Stato, finanziandone la spesa pubblica. In particolare le tre banche principali del paese, Arion Bank hf, Landsbankinn hf e Islandsbanki hf, attraverso il capitale extra cash che hanno a disposizione. Ciò accadrà se la proposta del governo appena insediatosi nel paese sarà accolta con favore dal Parlamento.

Reykjavik, va detto, ha in mano la maggior parte del capitale di Landsbankinn e il controllo totale di Islandsbanki, detenendo una quota in Arion.

Sostanzialmente, si tratta di asset bancari che sono stati acquistati a seguito della grave crisi finanziaria del 2008, quando il governo ha lanciato misure di emergenza, per rispondere a una delle crisi economico-finanziarie più dolorose per la storia del paese.

Erano le settimane roventi in cui negli Stati Uniti veniva inaugurato il programma TARP da $700 miliardi – con cui la Casa Bianca veniva abilitata ad acquistare i titoli garantiti dai mutui delle banche che non riuscivano più a smobilizzarli nel mercato secondario – e in cui il Regno Unito metteva a disposizione 500 miliardi di sterline per gli istituti in crisi.

Erano anche le settimane che avrebbero decretato l’inizio della grave crisi finanziaria dell’Islanda, la più grande mai sperimentata da nessun altro paese, in relazione alle dimensioni dell’economia.  Una crisi che fece parlare molto di sé per la decisione del governo di lasciar fallire le banche, per poi nazionalizzarle, facendosi carico dei loro debiti.

D’altronde, non c’era modo di intervenire con operazioni di bailout, visto che le tre principali banche islandesi presentavano asset pari a 10 volte il Pil islandese, e considerato che l’85% del sistema finanziario del paese era collassato.

La scelta obbligata ebbe subito pesanti ripercussioni sulla corona islandese, che crollò scontando la profonda sfiducia degli investitori verso un’economia ormai allo stremo e oppressa dal debito pubblico.

La Borsa scivolò del 95% e quasi ogni azienda dell’isola finì in bancarotta.

Prima di far fallire le banche, tuttavia, Reykjavik, fece una cosa: salvò i depositi locali, trasferendoli in “nuove” banche. Con il sostegno dell’FMI impose severi controlli sui capitali, impedendo ai cittadini di acquistare valute e azioni estere, per non deprimere ulteriormente il valore, ormai ridotto a carta straccia, della corona.

E questi controlli di capitali, imposti nel novembre del 2008, sono stati rimossi appena qualche mese fa, lo scorso 14 marzo del 2017.

Il risultato è che, dopo anni di grave depressione economica, l’Islanda è riuscita più che a risollevarsi: dopo un tonfo del Pil, in termini reali, pari a -10% nel periodo compreso tra il terzo trimestre del 2007 e il terzo trimestre del 2010, l’economia è tornata a crescere nel 2011, e da allora le cose sono decisamente migliorate.

Tanto che, nel 2016, il prodotto interno lordo del paese è salito del 7,4%, anche più velocemente di quello della Cina (pari a +6,7%) e dell’India (+7,1%),  mentre la crescita dei salari su base annua è volata al tasso del 13,4% nell’aprile dello scorso anno.

La fase di boom, sostenuta in gran parte anche dall’exploit del turismo, si è tuttavia attenuata,  anche se in un modo che rimane molto confortante, visto che gli economisti interpellati da Bloomberg stimano per quest’anno una crescita del 4,2%, e che la banca centrale del paese ha recentemente rivisto al ribasso l’outlook dal +5,5% a un comunque più che dignitoso +3,4%.

Ed è per questo che, come riferisce la stessa Bloomberg dopo un’intervista da lui stesso rilasciata, ora il ministro delle finanze Bjarni Benediktsson (ex premier), insieme alla nuova squadra dell’esecutivo, ritiene che i tempi siano maturi per utilizzare il capitale extra presente nelle tre banche principali.

Obiettivo: finanziare gli investimenti pubblici, soprattutto nel settore delle infrastrutture, che hanno scontato non poco il periodo di austerity degli anni neri della depressione.

L’idea sarà messa ora nero su bianco in una proposta ad hoc, che il governo dell’Islanda presenterà al Parlamento.

Il ministro è particolarmente ottimista sulla capacità di renderla operativa, nonostante la composizione variegata  del nuovo governo nato dalle elezioni dello scorso 28 ottobre, formatosi appena la scorsa settimana, con l’intesatra il Partito dell’Indipendenza di centro destra, la Sinistra-Movimento Verde e il Partito progressista di centro.

Per un paese che è stato l’unico a mandare dietro le sbarre i banchieri considerati responsabili della sua enorme crisi – fino a 29 persone in manette- la proposta di attingere ai fondi delle banche per finanziare la spesa pubblica, se realizzata, sarebbe l’ennesima conferma di una politica economica che alla fine, nonostante i sacrifici, ha pagato.

La proposta, suo malgrado, è già di per sé un implicito monito per diverse altre nazioni, dove la normalità è quella in cui è lo Stato a salvare le sue banche.