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Investimenti: alla ricerca del nuovo Eldorado

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Ricordate la crisi finanziaria messicana del 1995? O il collasso della Tailandia nel 1997, che trovò terreno fertile in Indonesia, Corea del Sud, Filippine, Russia e Brasile? O l’implosione dell’economia argentina nel 2001, che ha lasciato milioni di persone nell’indigenza? Ormai questi eventi appaiono come lontani ricordi, o almeno questa è la catalogazione che la mente degli investitori tende a formulare. Attualmente, i money manager alla guida dei fondi comuni di investimento stanno destinando una pioggia incessante di nuovi investimenti sui listini dei Paesi Emergenti localizzati in America Latina, Asia, Europa Orientale e Africa. Lo stesso trend viene seguito dalle grandi società di assicurazione e dai fondi pensione.

La Borsa turca è cresciuta di oltre il 50% nel 2005; quella messicana più del 30%, e quella egiziana circa il 60%. Gli investitori istituzionali sostengono che l’ottimismo per le sorti future dei mercati Emergenti si basa sull’adozione di politiche economiche rigorose e prudenti, che hanno permesso a questi paesi di ottenere un netto miglioramento del livello di affidabilità creditizia stabilito dalle principali agenzie di rating. Paesi che pochi anni fa dovevano fare i conti con casi di default o svalutazioni della divisa, possono contare su un rating ‘investment grade’ per le emissioni dei propri government bond. Tuttavia, i miglioramenti in corso d’opera non convincono alcuni economisti del MIT, che intravedono i rischi derivanti dallo sviluppo di una tormenta perfetta sui Pvs.

Gli osservatori più scettici sostengono che la ragione principale del boom vada ricercata nell’irrisorietà dei tassi di interesse in Usa, Europa e Giappone, e nella conseguente presenza di grandi capitali che si muovono vorticosamente alla ricerca di rendimenti soddisfacenti. Il problema è che il forte flusso di investimenti farebbe apparire alcuni Paesi più solidi di quanto non lo siano nella realtà. Allarmante o meno che sia, il flusso di nuovi investimenti diretto verso i Paesi Emergenti sta per raggiungere un record storico: 345.000 milioni di dollari nel 2005. Il record precedente si è verificato nel 1996 con 323.000 milioni di Usd.

Vi è un altro termometro chiave per misurare l’ottimismo dell’investitore: il differenziale tra il rendimento dei Treasury Bond (indice di riferimento della sicurezza di un investimento valutato free risk) e il rendimento medio offerto dai bond governativi emessi dai Paesi Emergenti. Durante la maggior parte delll’ultimo decennio, tale indicatore è oscillato tra i 4 e i 10 punti, ma il mese scorso ha toccato i 2,3 punti. Questo significa che gli investitori stanno accettando differenziali più bassi che mai. Nelle ultime settimane, gli investitori che hanno sottoscritto bond emessi da Polonia, Sudafrica e Bulgaria, hanno accettato differenziali di rendimento inferiori all’1% rispetto ai Treasury Bond.

L’aspetto positivo è che i paesi in via di sviluppo possono raccogliere denaro a basso costo sui mercati internazionali. La stessa operazione può essere portata a termine anche da paesi con un passato finanziario molto fluttuante: agli inizi di ottobre, l’Indonesia ha raccolto 900 milioni di Usd con l’emissione di un bond decennale e uno trentennale che offrivano rendimenti pari rispettivamente al 7,625% e 8,625%. Il denaro proviene in parte da grandi entità (come i fondi pensione), ma anche dai fondi comuni di investimento specializzati in bond e azioni dei paesi Emergenti. Secondo i dati diffusi da Emerging Portfolio Fund Research, i fondi specializzati nei Pvs hanno captato circa 23.200 milioni di Usd, una cifra cinque volte superiore a quella ricevuta nel 2004. Tra i grandi investitori istituzionali troviamo il Pacific Investment Mangement Co, un enorme fondo comune di Newport Beach, California. A cura di www.fondionline.it