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Inizia il countdown per riunione Bce, la fine del QE rimane lontana

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Appuntamento alle 14.30 di dopodomani, giovedì 9 marzo, quando Mario Draghi prenderà la parola, subito dopo l’annuncio dei tassi da parte della Bce, per illustrare e/o confermare le prossime strategie di politica monetaria dell’Eurozona.

Un’anticipazione di quanto accadrà domani è arrivata in realtà, nelle ultime ore, dallo stesso Draghi, in occasione del suo intervento al Parlamento europeo, in cui ha affermato che l’economia dell’Eurozona ha ancora bisogno di stimoli monetari.

Certo, i dati del Pil resi noti in giornata sono l’ulteriore prova del nove del rafforzamento dell’economia dell’Eurozona: confermati i numeri preliminari della crescita, che nell’ultimo trimestre dell’anno è stata pari a +0,4% su base trimestrale.

Come fa notare ING in un suo report, “le componenti relative alle spese hanno mostrato tutte una crescita, indicando che la forza dell’economia dell’Eurozona è diffusa, nonostante i rischi politici che incombono nell’area”.

Detto questo, secondo IG, “ciò non sarà sufficiente a far cambiare idea all’ultimo momento alla Bce”.

Finora l’assist della Bce all’economia europea è stato garantito, sia attraverso l’introduzione dell’era dei tassi negativi, che con l’estensione del QE, il piano di acquisto di asset tra cui figurano corporate bond e titoli del debito pubblico dell’area euro (gli acquisti di asset saranno comunque diminuti a partire dal mese di aprile, e scenderanno dal valore di 80 miliardi di euro a 60 miliardi di euro al mese).

Tuttavia, i fattori che avallano una iniezione di liquidità tanto poderosa si stanno smorzando.

L’inflazione si è riaffacciata in modo repentino, complice anche il recupero dei prezzi energetici, fino a superare addirittura il target della Bce. Nel mese di febbraio, i prezzi dell’Eurozona hanno segnato infatti un rialzo del 2%, superiore al mandato della Banca centrale europea, che invita a raggiungere un obiettivo “vicino, ma al di sotto del 2%”.

Con l’inflazione presente negli incubi più ricorrenti dei tedeschi, il bazooka monetario di Draghi non è sicuramente appoggiato dai cosiddetti falchi tedeschi, Jens Weidmann – numero uno della Bundesbank – in primis. Da tempo i tedeschi criticano Draghi per una politica monetaria a loro avviso eccessivamente accomodante, che con i tassi sotto lo zero sta penalizzando le banche, ma anche chi spera di ricevere un interesse elevato depositando i soldi in banca e, in generale, risparmiatori e pensionati.

E’ improbabile in ogni caso che Draghi dia il via al tanto temuto – dai mercati -tapering, in quanto come afferma anche Jennifer McKeown di Capital Economics, “l’inflazione core rimane bassa nonostante la crescita del tasso di riferimento” e anche perchè “perfino in Germania, dove il mercato del lavoro è forte da tempo, ci sono pochi segnali di pressioni sui salari”.

Secondo Carsten Brzeski, economista di ING, la Bce “non vuole neanche alimentare l’incertezza alla vigilia di due importanti elezioni in Eurozona (quelle olandesi alla fine di questo mese e le elezioni francesi, tra aprile e giugno).

McKeon di Capital Economics ritiene comunque che lo staff della Bce “rivedrà al rialzo inflazione attesa per quest’anno, rispetto al +1,3% delle proiezioni diffuse a dicembre”.

Sempre IG nel suo report scrive che il recente balzo dell’inflazione “è temporaneo” e che “l’inflazione core rimane inchiodata al momento allo 0,9%”.

Ancora, “la Bce (stessa) ha fatto notare che la sua politica monetaria rimane un importante fattore a sostegno del contesto di crescita economica”.

Proprio la Germania potrebbe tra l’altro trarre beneficio dal possibile mantenimento dello status quo da parte della Bce: soprattutto dopo il dato relativo agli ordini alle fabbriche diffuso nelle ultime ore, che ha assistito a gennaio a un crollo -7,4%, decisamente peggio del -2,5% atteso dal consensus e soprattutto al ritmo peggiore dal 2009, dunque dai tempi più bui della crisi.

Carsten Brzeski di ING definisce il tonfo “quasi senza precedenti” e sottolinea come “il dato deludente serva a ricordare che l’industria tedesca sta soffrendo maggiori problemi rispetto a quelli suggeriti dagli indicatori positivi sul sentiment, nel tornare a esprimere il suo pieno potenziale”.

Secondo IG, insomma, con “una crescita che rimane suscettibile all’agenda politica dell’Eurozona nei prossimi mesi, è possibile che qualche riferimento a una eventuale fine del QE arrivi solo alla fine dell’anno”.