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ING: “banche tedesche, una minaccia che la Germania vuole nascondere”. Su Mps arriva la fiducia di Citi

L’economista Carl Brzeski fa notare come, in vista delle elezioni federali tedesche in autunno, il problema delle banche venga totalmente snobbato dai candidati vari.

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Mentre in Italia i riflettori sono puntati sulla rinascita di Mps, che avverrà attraverso l’ingresso dello Stato nel capitale con una partecipazione del 70%, un economista lancia un avvertimento sulle banche tedesche. L’alert fa scattare subito l’attenzione degli operatori di mercato e non, visto che le critiche a come l’Italia ha gestito finora le sue crisi bancarie sono arrivate nella maggior parte dei casi proprio dai funzionari tedeschi.

Ma anche le banche tedesche hanno i loro guai, e non sono pochi.

Innanzitutto, fa notare in un’intervista rilasciata alla Cnbc Carsten Brzeski, responsabile economista presso ING in Germania, nel paese ci sono “troppe banche, e tra l’altro nel settore il processo di consolidamento è stato piuttosto contenuto”.

Il risultato, come emerge da uno studio stilato da Commercial Banks Guide, è che la Germania ha 2.400 banche ben distinte, con oltre 45.000 filiali e più di 700.000 dipendenti. Un particolare che, fa notare Brzeski, risulta in un aumento del ratio cost-income per gli istituti.

E tra l’altro, è stato lo stesso Fondo Monetario Internazionale ad avvertire lo scorso maggio che sia il rapporto cost-to-income, sia il grado di leverage, rimane elevato in Germania. Precisamente, l’FMI ha scritto che “il basso livello di redditività riflette inefficienze strutturali”, ma anche “il bisogno di adeguarsi alle nuove regole” del settore.

Un altro problema è rappresentato dall’eccessivo affidamento che molte banche tedesche fanno sulla performance del settore navale. Diversi sono gli istituti che prima della crisi finanziaria erogavano prestiti al comparto in modo stabile. Tuttavia, i fondamentali dell’industria si sono indeboliti con il trascorrere del tempo, tanto che i prestiti di lungo periodo sono diventati un vero problema per quelle banche dipendenti dalla redditività di tali società.

HSH Nordbank, per esempio, tra le principali banche tedesche attive nell’erogazione dei prestiti al settore marittimo, è stata alla fine salvata con risorse pubbliche nel 2009 e ha dovuto raggiungere un accordo per vendere il proprio portafoglio di crediti deteriorati per un valore di 1,64 miliardi, al fine di ripulire il proprio bilancio. L’istituto sarà messo in vendita prima della fine di febbraio del 2018.

In vista delle elezioni federali tedesche in autunno, l’economista di ING fa notare come il problema delle banche tedesche venga totalmente snobbato dai candidati vari che, piuttosto, rivolgono le loro critiche alla Bce di Mario Draghi.

“Sentite per caso qualcosa sull’argomento dai politici? No, e d’altronde non è qualcosa che farebbe vincere le elezioni”. Eppure, “la pressione su diverse banche è aumentata, sia per il bisogno di nuovi investimenti che per la zavorra che arriva dai bassi tassi di interesse”.

Insomma, dall’analisi risulta come alla fine neanche le banche tedesche versino in ottime condizioni di salute, a dispetto dellle critiche che vari funzionari e politici tedeschi rivolgono all’Italia. Tanto che recentemente lo stesso ministro delle finanze Wolfgang Schaeuble non ha risparmiato una stoccata a Roma per il salvataggio delle banche venete.

Mps e banche venete, costo a carico contribuenti supera 22 mld euro

Intanto, un altro articolo di Cnbc fa notare che, con gli aiuti di Stato da 5,4 miliardi di euro a favore di Mps, il conto che i contribuenti italiani sono chiamati a pagare per aiutare le banche – Mps e le banche venete – il cui salvataggio potenziale ammonta a 17 miliardi di euro – è superiore ai 22 miliardi di euro. Detto questo, una nota positiva per il sistema bancario italiano arriva proprio oggi dagli analisti di Citi, con Azzurra Guelfi, analista del settore, che afferma che sì, “lo stock di crediti deteriorati dei bilanci delle banche italiane è significativo”; ma che fa notare anche che, “visti i recenti sviluppi di sistema, tale stock dovrebbe scendere in modo notevole entro la fine dell’anno”.

E anche Gildas Surry, analista senior presso Axiom Alternative Investments, è fiducioso sulla possibilità che lo Stato italiano- con l’ingresso nel capitale di Mps – alla fine percepisca un ritorno. Non solo. Secondo Surry Mps potrebbe diventare tra i protagonisti di un futuro e probabile processo di consolidamento bancario in Italia, nel caso in cui Roma decidesse di seguire l’esempio di Madrid che, con le riforme avviate, ha assistito a un forte calo del numero delle banche spagnole: da 70 unità circa a una dozzina circa, dai tempi della crisi finanziaria.

“Potenzialmente, MPS farà parte del processo di consolidamento, visto che alla fine il bilancio della banca sarà ripulito e in Italia ci sarà un consolidamento che potrebbe ridurre il numero delle banche da quello attuale, superiore a 400 unità, probabilmente fino a 150”.

Proprio sul dossier Mps, l’attenzione oggi è stata sulle dichiarazioni dell’AD  Marco Morelli che, nell’illustrare il piano di ristrutturazione dell’istituto, ha reso anche noto che lo stipendio lordo che percepirà sarà pari a 466mila euro lordi annui, e che ha aggiunto che rinuncerà, anche, a qualsiasi forma di indennizzo e bonus per tutta la durata del piano, ovvero per i cinque anni compresi tra il 2017 e il 2021.

Rispetto all’attuale retribuzione, la decurtazione a carico di Morelli sarà del 70% circa “finché vige il regime di aiuti di Stato”, come ha detto lo stesso AD: “Io ho personalmente rinunciato a qualsiasi forma di indennizzo. Saranno cinque le persone con decurtazione dello stipendio oltre a me”.

Il ceo ha annunciato anche che fino a quando durerà il regime di aiuti di Stato “uno dei divieti sarà la distribuzione di divendi“.