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L’indice M3 condanna l’Europa al rialzo dei tassi in settembre

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L’indice di massa moneraria M3 destagionalizzato relativo alla zona euro per il mese di maggio ha fatto registrare un’accelerazione al 10,7% dopo la frenata registrata in aprile al 10,4% e andando oltre le attese degli analisti che si attendevano una crescita al 10,6%. Lo ha reso noto la Banca centrale europea che considera l’aggregato uno degli indicatori principali per tenere sotto controllo l’andamento delle dinamiche inflazionistiche. Il dato si avvicina molto al livello record toccato in marzo (10,9%). Sopra le attese anche i prestiti al settore privato, indicatore che ha confermato il livello di aprile (10,3%) mentre l’indicatore di massa monetaria M1 ha rallentato al 6,1% dal 6,3% precedente.


Con la pubblicazione del dato odierno, l’appuntamento di settembre con il rialzo dei tassi di interesse in Eurolandia al 4,25% è praticamente certo. Dubbi ne esistevano pochi anche prima considerando la forza con cui l’economia europea sta continuando a crescere e con l’eco delle ultime dichiarazioni dei banchieri centrali chiaramente improntate verso il controllo dei prezzi al consumo. L’ultima quella resa ieri dal governatore della Banca centrale dell’Austria, Klaus Liebscher all’agenzia Reuters, secondo il quale Francoforte farà quanto necessario per contrastare l’inflazione e preservare la stabilità dei prezzi. Il membro del Consiglio direttivo della Bce ha poi puntato il dito contro le maggiori preoccupazioni al momento derivanti dai prezzi del petrolio (oggi il Brent si muove nei pressi di area 70,5 dollari al barile) e dalle tensioni sul mercato del lavoro derivanti dalla forte richiesta.

Su quest’ultimo fronte da segnalare il calo della disoccupazione tedesca a giugno. Il tasso dei senza lavoro in Germania nel mese di giugno è calato al 9,1% dal 9,2% precedente. Si tratta del quindicesimo calo consecutivo. L’economia tedesca continua a girare a pieno regime e la scarsità di manodopera potrebbe portare a tensioni sul fronte salariale. Settimana scorsa anche la disoccupazione nel Belpaese aveva fatto segnare, nel primo trimestre dell’anno, una riduzione al 6,2% dal 6,4% dell’ultimo trimestre 2006.


Da Oltreoceano è attesa invece questo pomeriggio la conclusione della due giorni del Comitato di politica monetaria della Federal Reserve (Fomc). I tassi di interesse statunitensi verranno lasciati al 5,25% dopo i miglioramenti presentati dalla crescita americana, accompagnati da una leggera riduzione delle pressioni inflazionistiche, registrati ultimamente. Il messaggio di accompagnamento alla decisione è atteso dagli analisti di mercato in linea con i precedenti e sebbene potrebbero esserci riferimenti al miglioramento delle condizioni economiche registrate nel secondo trimestre dell’anno, difficilmente questo modificherà la view della Fed. Secondo le stime degli analisi la crescita Usa nel secondo trimestre dell’anno dovrebbe rimbalzare verso il 3% dopo la frenata del primo trimestre, mentre l’inflazione è scesa al 2%, al vertice della banda di oscillazione definita “comfort zone” dall’Istituto centrale statunitense. E’ decisamente ancora troppo poco e troppo presto per parlare di tagli di tassi di interesse ma abbastanza per garantire contro eventuali rialzi, una view che ritorna ad essere quella precedente alle recenti isterie del mercato, giunto a ipotizzare su basi piuttosto deboli la possibilità di un taglio dei tassi. Saranno necessarie ulteriori e numerose conferme sia dell’andamento della crescita che dell’inflazione perché la visione centrale della Fed possa essere modificata.