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India: paradossi di un gigante (Fondionline.it) -2

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Qual è la ricetta della crescita indiana? Dalla metà degli anni Novanta il Governo indiano ha iniziato a mettere in pratica una serie di misure strutturali che hanno migliorato la flessibilità del mercato del lavoro, la struttura tributaria e la distribuzione della proprietà. Riforme che hanno generato una congiuntura favorevole e uno sviluppo basato sul consumo interno, le esportazioni e gli investimenti. Le esportazioni rappresentano circa il 15% del Pil (900.000 milioni di Usd) e crescono a buon ritmo. Le aziende export oriented con le migliori performance sono quelle del settore tecnologico e dell’ICT (con esportazioni che hanno superato i 30.000 milioni di Usd nel 2006 e volumi quintuplicatisi in cinque anni).
La struttura produttiva indiana è orientata quasi esclusivamente al mercato interno: un mercato potenziale di 1,1 milioni di persone – la sesta parte dell’economia mondiale- ma con almeno 300 milioni di consumatori in condizioni di acquistare beni di consumo a basso costo e 30 milioni equiparabili a cittadini europei e statunitensi con un reddito medio annuo di circa 20.000 Usd (questo segmento della popolazione è cresciuto di 10 milioni di unità nell’ultimo lustro). Un altro dato interessante è la sua distribuzione demografica: l’81% della popolazione ha meno di 45 anni, con un livello di crescita del reddito pro- capite che supera il 10%.
Dopo la partenza delle riforme, gli investimenti diretti esteri sono passati da una media di 1.705 milioni durante il decennio dei Novanta fino ai 6.598 milioni annui registrati nel 2005 (fonte Unctad). La principale calamita indiana per i flussi di investimento esteri è il settore dei servizi (che rappresenta il 60% del Pil indiano). Altre virtù indiane? L’esistenza di una classe media molto intraprendente, i bassi costi salariali e l’elevata preparazione della maggior parte dei diplomati e laureati (in un paese che sforna 400.000 ingegneri all’anno). (segue).