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Indagine Pwc, Le scelte dei consumatori e lo scenario economico sono favorevoli al “reshoring”

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Forse è un po’ tardi per parlarne, ma è certo che lo scenario attuale sarebbe particolarmente favorevole all’avvio di progetti di reshoring (il contrario di offshoring, ovvero riportare la produzione in Patria) anche da una prospettiva globale: l’indebolimento dell’euro verso il dollaro e l’aumento del costo del lavoro nel Far East rendono infatti meno vantaggioso avviare e mantenere sistemi produttivi nei mercati dove in passato si è registrata una forte delocalizzazione. Anche a livello nazionale si sta facendo qualcosa per far crescere la nostalgia del proprio Paese: il Piano nazionale di industria 4.0, recentemente presentato dal governo, prevede un nuovo set di strumenti e agevolazioni, per incentivi totali pari a 13 miliardi di euro, a supporto della digitalizzazione industriale dell’Italia. Un po’ sulla scia di quanto fatto negli Usa, dove sono stati già finalizzati significativi progetti di reshoring, sulla base di accordi che i singoli Stati hanno definito con le aziende basati su incentivi fiscali e contributi. “Anche l’Italia può cogliere il potenziale offerto dal reshoring per dare un nuovo slancio, per esempio all’industria del tessile, rispondendo a un “nuova” domanda dei consumatori e insieme riprogettando il territorio industriale e creando occupazione”, spiega Erika Andreetta, Retail Consulting Leader di PwC, società di consulenza che ha realizzato la ricerca “Il Reshoring e i Millennials” che ha coinvolto 3.160 persone di età media di 24 anni per capire come i consumatori di domani influenzeranno le scelte strategiche delle aziende. Risultato? Diffusa sensibilità e attenzione ai temi della sostenibilità, tra cui proprio l’avvio di progetti di reshoring funzionali al rientro in Italia di alcune produzioni.
 
Millennials e sostenibilità
 
Nel dettaglio dall’indagine di PwC emerge che i Millennials conoscono il possibile impatto positivo di progetti di reshoring a livello economico edoccupazionale, e lo declinano in scelte di acquisto che premiano le aziende che decidono di avviarli. Ben il 50% dei Millennials intervistati, in particolare le donne, ritiene infatti che la decisione di riportare in Italia le produzioni migliori la reputazione dell’impresa. Il 33% degli intervistati, e ancora una volta soprattutto le donne, si dichiara propenso ad acquistare prodotti di un’azienda che ha adottato strategie di reshoring rispetto ad aziende che hanno invece deciso di non ritornare in Italia. Sotto tale profilo, il 50% dei rispondenti sarebbe anche disposto a sopportare una lieve maggiorazione di prezzo per l’acquisto di un prodotto reshored. Quanto ai  valori che i Millennials attribuiscono al prodotto “made in Italy”, e che quindi lo spingono all’acquisto, sono innanzitutto la riconosciuta migliore qualità dei prodotti (il 15% dei rispondenti), le competenze artigianali (14%), l’alta creatività (13%), l’affidabilità dei fornitori e l’impatto occupazionale (12%), le ricadute ambientali, sulla filiera e sul Pil (11%). “Proprio ieri il gruppo Benetton ha presentato i dettagli del suo piano di reshoring che riporterà alcune lavorazioni a Treviso”, spiega Claudio Marenzi, Presidente di Sistema Moda Italia. Che aggiunge: “Come SMI vediamo una crescente attenzione da parte delle aziende italiane della moda a progetti di reshoring, alla luce del sempre maggiore interesse del cliente finale alla filiera produttiva, la sua localizzazione e alle sue implicazioni socio-economiche. Stiamo quindi lavorando con le aziende e con le istituzioni, a livello regionale e centrale, per agevolare tali progetti dal punto di vista della sostenibilità finanziaria e nella strutturazione della filiera”.