Henderson Global: Dolphin, l'outlook economico in balia del greggio-2

Inviato da Redazione il Ven, 22/09/2006 - 12:43
Se questo è stato l'unico effetto del calo delle quotazioni petrolifere, la Federal Reserve (alla pari delle altre banche centrali che ritengono che le loro economie stiano crescendo a ritmi troppo sostenuti) potrebbe rispondere con un aumento dei tassi di interesse. Ma le cose non sono così semplici.

La riduzione dei prezzi del petrolio comporta anche una riduzione dell'inflazione, fatto auspicato anche dalle Banche Centrali. Ancor più importante è che la riduzione dei prezzi determina un calo delle aspettative inflazioniste. Uno dei timori principali degli ultimi anni è stata la possibile richiesta di aumenti salariali in risposta alla crescita dell'inflazione provocata dall'aumento dei prezzi dell'energia. Il trend in atto sul mercato energetico potrebbe provocare un aumento dell'inflazione core, pilotando la dinamica dei prezzi verso livelli indesiderati. Questo renderebbe necessario un intervento delle Banche Centrali per ridurre la crescita a livelli tali da eliminare l'inflazione indesiderata.

Nella maggior parte dei paesi sviluppati, ci sono stati pochi segnali in tal senso, ma negli Usa, dove l'impatto dell'aumento del prezzo del petrolio sull'inflazione è stato relativamente intenso, la crescita dei salari si è sicuramente fatta sentire nell'ultimo biennio. La riduzione del prezzo dei carburanti, e la contrazione dei prezzi del gas e dell'elettricità, potrebbero far cadere il tasso di inflazione Usa fino al 2,5%, o fino al 2% nel corso del prossimo anno. L'inflazione da salari potrebbe a sua volta essere interessata da un ridimensionamento che allontanerebbe i timori per una crescita permanente dell'inflazione.

Così, negli Usa, dove esistono timori che il collasso del mercato immobiliare possa provocare un sensibile rallentamento della crescita nel 2007, la Federal Reserve potrebbe interpretare il ribasso dei prezzi dell'energia come un segnale positivo, riducendo il rischio di dover procedere ad ulteriori rialzi dei tassi di interesse per combattere le pressioni inflazionistiche in una fase di rallentamento economico.

Altrove, indipendentemente dalle evoluzioni del prezzo del petrolio, le banche centrali stanno rialzando i tassi di interesse nella consapevolezza sia che le loro economie stanno crescendo troppo rapidamente sia che è necessario mantenere sotto controllo l'inflazione. E' probabile che questi paesi non abbiano accolto con entusiasmo la riduzione dei prezzi del petrolio e la conseguente spinta fornita alla crescita economica. In ogni caso, la riduzione dei prezzi del petrolio rende più probabile un aumento del costo del denaro da parte della Banca Centrale Europea e della Banca d'Inghilterra nei prossimi mesi.

Conclusione

La riduzione dei prezzi del petrolio verificatasi negli ultimi mesi è ascrivibile ad una combinazione di fattori (inclusa la crescita degli inventari e la riduzione del risk premium). La contrazione delle quotazioni del petrolio opera come un taglio delle imposte nei paesi importatori di petrolio e contribuirà a sostenere i consumi e la crescita. Ma il fenomeno comporta anche una riduzione del tasso di inflazione che aiuterà a contenere le aspettative di inflazione.

Il modo in cui le Banche Centrali reagiranno a questa situazione differirà da paese a paese. Se i prezzi del petrolio resteranno bassi, la Federal Reserve -che teme il ritorno dell'inflazione- potrebbe essere meno propensa ad apportare altri rialzi dei tassi di interesse. Ma la BCE e la Bank of England - che temono che l'evoluzione della domanda interna possa spingere in alto l'inflazione- potrebbero individuare nel calo dei prezzi petroliferi una ragione per far crescere i tassi di interesse. A cura di www.fondionline.it (fine)


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