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La guerra valutaria da scongiurare

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Come fare per avere una crescita economica sostenibile, quando la politica fiscale (soprattutto nei Paesi avanzati) ha esaurito le armi a sua disposizione e le riforme strutturali sono di difficile applicazione o richiedono tempi lunghi prima di produrre gli effetti desiderati? Non rimangono che i tassi di cambio, è la risposta di Hans-Jörg Naumer, Global Head of Capital Markets & Thematic Research di Allianz Global Investors.

Il dilemma del prigioniero

Le importazioni di un Paese sono le esportazioni di un altro. Un Paese che riesce a indebolire la propria moneta può attendersi un aumento delle esportazioni, a meno che la controparte non faccia lo stesso. “Il fatto che la politica monetaria sia sempre e comunque, lo si voglia o meno, anche una politica dei cambi, pone le Banche Centrali di fronte al cosiddetto “dilemma del prigioniero”, dove il carcerato deve decidere se rimanere fedele al suo complice o confessare, danneggiandolo“, spiega Naumer. Il parallelo con la politica monetaria è piuttosto evidente.

La spirale della svalutazione

Se le Banche Centrali – continua Naumer – partono dal presupposto che nel lungo termine competere attraverso la svalutazione della divisa rappresenti, nel migliore dei casi, un gioco a somma zero, ma più spesso in perdita, la raccomandazione è una sola: non iniziare una guerra valutaria!“. Tuttavia secondo l’analista non mancano incentivi e occasioni per abbandonare questa posizione, indipendentemente dal comportamento delle altre Banche Centrali. “Ma una volta che la guerra delle valute ha avuto inizio – posizione più facilmente difendibile quando i tassi di inflazione si aggirano attorno allo zero o persino in territorio negativo – è difficile fare marcia indietro – è il parere di Naumer – Una Banca Centrale potrebbe quindi sentirsi autorizzata a spingersi sempre più in là nella spirale della svalutazione, anziché correre il rischio di ritirarsi troppo presto ed essere l’unica a pagare, e a caro prezzo, per il rialzo della divisa“.


Politica dei piccoli passi

Il “dilemma del prigioniero” che le Banche Centrali si trovano ad affrontare, aiuta a interpretare gli oltre 700 tagli dei tassi operati dalle autorità monetarie di tutto il mondo dal crollo di Lehman del 2008, ma potrebbe anche spiegare la titubanza della Fed a inasprire i tassi di interesse nonostante la solidità del mercato del lavoro. “Insomma, se occorre modificare la politica monetaria, meglio attendere e farlo a piccoli passi- conclude Naumer – Ma indipendentemente dal rialzo dei tassi Usa, il “dilemma del prigioniero” probabilmente si ripresenterà anche nel 2016, con tutte le implicazioni per i tassi di cambio, i mercati finanziari e naturalmente per l’economia globale”.