Guerra delle valute: le schermaglie ripartono dal Pacifico

Inviato da Titta Ferraro il Mar, 30/09/2014 - 09:20
La guerra delle valute torna a rendersi esplicita in scia all'ultima mossa della Reserve Bank of New Zealand (RBNZ) che ha pubblicato uno statement dal titolo "Why the NZD exchange rate in unjustified and unsostainable" ("Perché il tasso di cambio del dollaro neozelandese è ingiustificato ed insostenibile") spiegando come il valore di sopravvalutazione della divisa locale sia preoccupante e come il tasso di cambio reale non abbia seguito gli sviluppi economici mondiali. Inoltre la RBNZ ha messo in circolazione sul mercato, nel corso del mese di agosto, 521 milioni di dollari neozelandesi, prendendoli dalle proprie riserve e vendendoli ai diversi acquirenti al fine di deprezzare il cambio contro il dollaro americano, un cambio che secondo il primo ministro neozelandese dovrebbe aggirarsi intorno agli 0,6500 dollari per dollaro neozelandese.

"Se a questo aggiungiamo la vicina Australia, che ripete nei propri statement come il valore della divisa della Terra dei canguri sia eccessivamente alto per poter garantire una crescita economica adeguata e includiamo la considerazione che stiamo parlando degli unici due carry trade possibili tra le major (valute principali) - rimarca Matteo Paganini, chief analyst di Fxcm - comprendiamo come le discese cui abbiamo assistito potrebbero non essere terminate".

Al gran ballo della currency war non mancano altri protagonisti di spicco. L'esperto di Fxcm rimarca come il governatore della BoJ Kuroda ha dichiarato espressamente che uno yen più debole sarebbe desiderato al fine di migliorare le condizioni economiche interne del Paese del Sol Levante, il quale sta vivendo un aumento di inflazione e che continua a vedere iniettati yen secondo il piano di quantitative e qualitative easing intrapreso. La Banca Centrale Svizzera ha invece dichiarato più volte di essere pronta a tutto (anche a tassi negativi) per evitare un rafforzamento del franco oltre il valore di 1,20 franchi per euro al fine di difendere il Paese dalla deflazione e di sostenere le esportazioni. "La Bank of England, a nostro parere, ha giocato bene la sua partita, in vista dei futuri rialzi dei tassi di interesse - sottolinea Paganini - andando a creare aspettative che hanno generato acquisti iniziali, seguiti da pesanti vendite quando tali aspettative sono state disattese che hanno portato il valore della sterlina a raggiungere livelli dai quali si potrà ripartire anche in maniera forte quando avverranno i rialzi, andando a recuperare i massimi abbandonati a luglio prima di pensare a superare la quota di 1,8000, che sarebbe stata presumibilmente raggiunta in maniera agevole se non si fossero verificati questi aggiustamenti del valore del pound sul dollaro".
Guardando all'euro, nel caso in cui Draghi dovesse decidere di implementare un QE europeo, la divisa unica europea "entrerebbe di diritto all'interno delle svalutazioni ricercate. Gli americani riusciranno a sostenere ancora per molto questo rafforzamento globale del dollaro?", conclude Paganini.
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